“31 anni dal salto della Fede”

Nell’immagine di testata: Bono durante “Bad” [Londra – 13 Luglio 1985]

La partecipazione degli U2 al grande concerto benefico voluto da Bob Geldof, il Live Aid – il primo grande show in favore dell’Africa – portò il gruppo irlandese a rapportarsi per la prima volta con un pubblico globale: milioni e milioni di occhi erano puntati su Bono, The Edge, Adam e Larry e la pressione aumentò a dismisura poiché il concerto venne trasmesso in mondovisione con circa due miliardi di spettatori.

La performance fu qualcosa di straordinario: pura energia, la tipica catarsi degli U2 del periodo 84-85 fu portata su un palco che avrebbe fatto tremare le gambe a qualsiasi star, anche a quelle più affermate – ricordiamo che all’epoca i ragazzi irlandesi avevano solo 24/25 anni e suonarono accanto a dei mostri sacri.

Prima del concerto, in una riunione riservata agli artisti, fu diramato l’ordine tassativo di non andare oltre i limiti imposti dal palco poiché esso aveva un dislivello notevole dal pubblico, e un eventuale incidente avrebbe creato non solo problemi logistici ma anche televisivi. Tutto doveva essere perfetto, non erano ammesse follie o gesti che avrebbero potuto creare scompiglio e ritardi.

Bono mal sopportava le distanze, e tutt’ora è così. Quella “quarta parete”, tra palcoscenico e pubblico, per lui rappresenta una delle tante barriere che deve demolire ad ogni concerto, la band appartiene al pubblico…e la band deve arrivare al pubblico, non solo emotivamente ma anche fisicamente.

La prima canzone fu Sunday Bloody Sunday, canzone già famosa all’epoca, il primo vero successo della band. Ma la seconda fu un brano poco conosciuto, non era un singolo, bensì una suite che all’epoca poteva durare anche 16 minuti: un viaggio catartico attraverso il dolore, dove però la rabbia era speranza e la voce di Bono un’arma contro la disperazione.

Il Live Aid è la chiara dimostrazione di come Bono, e la band, riescono a spostare i canoni di un concerto facendolo diventare una sorta di ascesa collettiva verso l’estasi. Non si tratta però dell’estasi tipica del rock’n’roll vecchio stampo, qui è più un’estasi pittorica, tipica dell’arte visiva: la combinazione tra l’aspetto della band, la determinazione di Bono in quello che canta, la sua capacità di trasportare il pubblico tipica di un animale politico – fate caso come riesce a scaldare la folla durante Sunday Bloody Sunday – i suoni di The Edge e la possente sezione ritmica creano un mix di colori e sensazioni che spesso, andando in contrasto tra loro, partoriscono una vera e propria tensione emotiva che man mano va a crescere, un climax dell’anima, sino a raggiungere picchi di pura poesia. Uno di questi picchi si raggiunse il 13 Luglio 1985: quando gli U2 abbracciarono il mondo.

Per le foto dell’evento andate QUI.


Larry: “Fu Jack Nicholson a presentarci. Vedevo una bandiera irlandese che sventolava. Dissi orgogliosamente: ‘E’ straordinario, siamo l’unico gruppo irlandese che suona qui, oggi‘. Geldof era in piedi dietro di me e cominciò a borbottare. Ovvio, prima avevano suonato i Boomtown Rats.”

Adam: “Dovevamo suonare tre canzoni: Sunday Bloody Sunday, Bad e Pride che era la nostra hit. Ma poi Bono scomparve.”

Larry: “Nel mezzo di Bad, Bono andò in libera uscita giù dal palco per scegliere una ragazza con cui ballare. Pensai che se ne fosse andato per sempre. Eravamo piuttosto nervosi in quella situazione, e quando Bono sparì ci prese un pò il panico.”

Edge: “Il tuffo di Bono nel pubblico non andò del tutto liscio perchè aveva troppa roba su cui arrampicarsi per poter arrivare alla prima fila. Era un grande spettacolo da stadio, c’erano varie file di transenne e binari per le telecamere, e il dislivello fra il palco e la platea sarà stato di almeno sei metri. Lo perdemmo completamente di vista. Era andato via da così tanto tempo che cominciai a pensare che forse aveva deciso di chiudere anticipatamente la nostra esibizione e se ne fosse andato in camerino. Ero completamente confuso, guardavo Adam e Larry per capire se sapessero cosa stava succedendo, e loro mi guardavano con il panico dipinto in faccia. E subito dopo lo vidi, molto più in giù, che scavalcava l’ultima fila di transenne per arrivare alla gente. Noi stavamo continuando a suonare, ci davamo dentro di brutto. E dopo aver abbracciato una ragazza giù in prima fila, cominciò a ritornare verso il palco, cosa che richiese altri cinque minuti. Sono davvero contento che le telecamere non abbiano inquadrato gli altri della band durante l’intera scena, perchè lassù dovevamo avere l’aria dei Three Stooges: Curly, Larry e Moe.”

Paul: “Ero sul lato del palco; mi sentii morire pensando che mandasse tutto a puttane. Non riuscivo più a vederlo, non sapevo dove fosse finito. Tutto quello che sapevo era che non stavamo seguendo la scaletta che avevamo concordato. Bono prolungò all’infinito Bad e non ci fu tempo per suonare la terza canzone, cioè Pride. Anche la band sul palco era un pò smarrita, neanche loro sapevano dove si fosse cacciato; lui invece, che in un momento di ispirazione aveva capito la vera natura dell’evento – uno show televisivo – era in prima linea a fare quello che le circostanze richiedevano. Ma allora non lo sapevo e tutti pensammo che avesse completamente rovinato lo show.”

Bono: “Non avevamo suonato la nostra canzone di maggior successo perché mi ero assentato senza permesso per un siparietto televisivo e mi ero dimenticato di Pride. Gli altri erano molto, molto arrabbiati – per poco non mi cacciarono.”

Paul: “Diciamo che ci fu un pò di maretta dopo l’esibizione.”

Bono: “C’erano sensazioni molto contrastanti. Da una parte era stata una grande giornata, dall’altra pensavo di aver rovinato tutto. Andai a casa e accesi la tv giusto in tempo per vedere Bob Dylan, Ronnie Wood e Keith Richards salire sul palco a Philadelphia. Erano tre personaggi che ammiravo enormemente – Bob Dylan era il parafulmine della mia ricerca spirituale di musicista – ma sembravano del tutto fuori luogo, tutti e tre. Borbottavano delle cose, chissà cosa. Alla fine di una giornata lunghissima vedevo il mio idolo sotto una luce umana, un uomo fragile e vulnerabile, che aveva evidentemente esagerato prima di salire sul palco. Mi sentii molto triste, conoscendo le parole profetiche che quella bocca era in grado di pronunciare, i moltissimi riferimenti alle Scritture contenuti nei suoi testi, la sua capacità di incassare dalla critica, di resistere e affermare cose semplici, fiere, schiette. Ed eccolo lì, confuso, svuotato.
Speriamo stia bene“, pensai. Ero davvero preoccupato per la sua salute. Non sapevo cosa stesse facendo ma sapevo che era arrivato vicino ad un punto limite. In realtà non crollò, e dopo qualche commento sconnesso a proposito dei contadini americani riuscì a focalizzare il tema del Farm Aid, ma c’era qualcosa che mi faceva molto male. C’eravamo solo io ed Ali nella stanza; scesi dal letto e mi inginocchiai. Fu un momento molto vero, la fine di un grande giorno.

La mia depressione continuò anche nei giorni seguenti. Tornammo in Irlanda e andammo dai genitori di Ali, che vivevano a Wexford. Ero di pessimo umore, depresso e ancora arrabbiato con me stesso quando incontrai Seamus Furlong, uno scultore amico della famiglia di Ali, un uomo anziano, sui sessanta. Entrai nella sua piccola fucina e lui stava lavorando a un pezzo. Era una persona a mezz’aria.

Gli dissi: “Che cos’è ?
– “Si chiama ‘Il Salto’
Dissi: “Che salto?
– “E’ un salto della fede. Sei tu.
– “Cosa??
– “Sei tu
– “Ma di che diavolo stai parlando?” chiesi.
– “Ti abbiamo visto al Live Aid” – mi disse – “Hai fatto un salto
– “Cosa vuoi dire?
– “Ricordi quando sei sceso in mezzo al pubblico?
– “Oh, me lo ricordo benissimo. Praticamente non ho pensato ad altro negli ultimi due giorni
– “Sei uscito dalla tua pelle.” mi disse. “Non eri felice sul palco. Volevi qualcosa di più. Hai fatto un salto della fede, hai avuto qualcosa, l’hai toccato. E io ho fatto questa scultura, perchè tu mi hai ispirato.

Una pura coincidenza, ma mi sollevò il morale. Due giorni dopo, mi dissero che Paul mi aveva cercato. Lo richiamai e lui mi raccontò: ‘Non ci crederai, ma sono tutti andati in estasi per gli U2 al Live Aid. Le stazioni radio e le televisioni hanno chiesto alla gente quali fossero i momenti chiave, e tantissimi hanno scelto gli U2.‘ “Grande” risposi. E lui ‘Credo si siano tutti bevuti il cervello‘. Perchè era un altro di quelli che pensavano avessimo fatto schifo.”

Paul: “Visto che il tour era finito, il giorno dopo il Live Aid me ne andai nel sud della Francia con il mio amico Michael Hamlyn, il produttore di tutti i nostri video. Ero profondamente convinto che avessimo perso una grande occasione per via del casino combinato da Bono. Il giorno seguente andammo ad Antibes ad acquistare i giornali inglesi. C’era un enorme articolo sull’evento e sembrava fosse stato deciso a furor di popolo che Bono e Freddie Mercury avevano rubato la scena a tutti. Piano piano cominciai a rendermi conto di quello che era successo. Tutti gli album degli U2 rientrarono in classifica e il loro status si impennò. Niente fu più come prima perchè a quel punto tutti sapevano chi era Bono.”

Edge: “Fummo veramente sorpresi quando la gente cominciò a parlare degli U2 come una delle esibizioni memorabili della giornata. Pensavo scherzassero, ero convinto che avessimo fatto schifo. Ma ripensandoci, come feci una settimana dopo, cominciai a capire perchè. Era stato il senso di reale, totale rischio, che è sempre eccitante in un evento dal vivo, e il fatto che Bono fosse stato tanto determinato a raggiungere un contatto fisico con il pubblico, riuscendoci dopo aver lottato con le barriere per un paio di minuti. Credo che tutto sia stato esaltato ancora di più dallo sforzo che aveva dovuto compiere per realizzarsi l’impresa.”

Adam: “Il viaggio di Bono significò veramente qualcosa: riuscì a trasferire l’emozione di quel giorno al pubblico. Il suo istinto di performer aveva avuto ragione. Ancora una volta.”

da “U2byU2”

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3 Replies to ““31 anni dal salto della Fede””

    1. Grazie Eka 🙂 ! Comunque sono tutte cose che ci sono sui libri, nello specifico queste testimonianze sono su U2byU2 ;).

      Ps: conosco meglio i libri degli U2 che quelli dell’università…ma questa è un’altra storia… 😀 😛

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