Willie Williams parla dell’I+E Tour [Parte 3]

Nell’immagine di testata: lo stage durante “City of Blinding Lights” [Montreal – 13/06/2015] | VIA: U2Start

TRADUZIONE EFFETTUATA CON LA GENTILE AUTORIZZAZIONE DI LIVEDESIGNONLINE: WILLIE WILLIAMS ON U2’S INNOCENCE + EXPERIENCE, PART 3

DI MARIAN SANDBERG

Continua la nostra intervista con Willie Williams, direttore creativo dell’iNNOCENCE + eXPERIENCE Tour. Iniziate a leggere da QUI se non avete letto la prima parte.

Live Design: Quali sono state le sfide, per te, nel processo di progettazione?

Willie Williams: Suppongo che la sfida più grande è di non ripeterci mentre lavoravamo entro le sorprendenti, e rigorose, “regole di combattimento.” I requisiti di backline, monitoraggio, e così via, sono tutt’altro che insignificanti, e sarebbe stato un uomo coraggioso quello che avrebbe  scombinato i formati più conosciuti. Per molto tempo, siamo stati intenzionati a farla finita con i backline “bunker”¹, che nascondono la crew e gli attrezzi, ma che, alla fine, rendono le cose sgradevoli [alla vista]. I requisiti tecnologici per una performance degli U2 sono molto concreti, e lo schema dei palchi è rimasto lo stesso per oltre 25 anni. Abbiamo schiacciato un pò le forme da tour a tour, ma il layout di base dello stage e la disposizione del bunker è rimasto sempre lo stesso. Alla fine ho capito che non ha senso tale lotta, così ho optato per un approccio tematico, con una palcoscenico che riecheggia il loro periodo “Innocent”. Il palco quadrato, infatti, è il palco del The Joshua Tree Tour. E’ esattamente lo stesso, una curiosità che è stata notata e apprezzata da molti nella comunità più attenta degli U2.

LD: Per quanto riguarda le sfide o cambiamenti nelle prove? La maggior parte della idee elaborate sulla carta hanno avuto una realizzazione?

WW: Una delle cose più notevoli sullo show è che quasi tutte le idee, di cui abbiamo parlato fin dall’inizio, sono andate a buon fine. Alcune di queste sono finite per essere espresse in modi diversi rispetto al pensiero originale, ma il loro spirito è stato mantenuto, cosa che ho trovato estremamente soddisfacente. Il racconto della lampadina, la camera da letto adolescenziale, la strada dove sei cresciuto, la violenza dentro e fuori,  il fuggire verso “il mondo” esterno, hanno visto molte iterazione diverse lungo la strada, ma sono ancora lì.

LD: Parlaci ora dell’impianto luci e attrezzature che avete scelto.

WW: L’illuminazione è veramente molto semplice e – non ridere – e molto minimale nel metodo di diffusione attraverso tutta l’arena. A prima vista, l’aspetto dell’allestimento si presenta abbastanza standard con una struttura di palchi “A”e “B”, con una passerella tra i due. Tuttavia, le varie parti del palco vengono utilizzate in tempi diversi e ciascuna zona, compresa la passerella e lo “schermo video,” è in sé una zona d’esecuzione. L’ampia superficie dell’allestimento significa che ho bisogno di parecchi dispositivi, ma sono utilizzati con molta parsimonia.

Di conseguenza, mi sono ritrovato a lavorare in modo minimalista su una scala molto grande. Come spesso sembra che faccia, sono riuscito ancora una volta a progettare un ambiente con possibilità molto limitate di collocamento per gli strumenti di illuminazione. Quando lo schermo/palco è in funzione, taglia lo spazio a metà, il che rende davvero difficile illuminare le zone del palco. L’installazione [di quest’ultimo] richiede anche enormi strutture elevate [posizionate] in alto per [facilitare] la visuale [del pubblico] così che, quando è arrivato [lo schermo], l’impianto stesso è stato progettato praticamente intorno ai parametri specificati.

Il layout dell’impianto è molto semplice; vi sono tre travi reticolari sopra il palco quadrato e ulteriori travi reticolati che seguono i margini del pavimento dell’arena. La disposizione del palcoscenico quadrato si rifà a quella del semplice e diretto rock’n’roll, facendo eco agli anni ’70/primi anni ’80 che, tematicamente, è dove è ambientata quella parte dello show. Abbiamo essenzialmente costruito un club punk, e volevo evocare quel tipo di “stato d’animo” nelle attrezzature [utilizzate].

A terra sono posizionate delle luci stroboscopiche vintage (Martin Professional) Atomic con degli scrollers e dei moderni DWE molefay per quella fantastica atmosfera marroncina soffusa. Che il LED sia dannato! Sono le imperfezioni di queste apparecchiature quel mi piace di più.

Il tratto distintivo dell’impianto è una striscia fluorescente cabinata, ispirata a qualcosa che si potrebbe trovare in un sottopassaggio o in dei loschi bagni pubblici. In un primo momento, insistevo sull’uso di reali strisce fluorescenti, ma alla fine ho messo tutto in discussione a causa del sopraggiungere di incubi (problemi) con la radiofrequenza. Alla fine, ho accettato di proseguire con dei LED fac-simili bianchi [a luce] fredda, ma solo a condizione che ciascuna unità fosse solo un circuito e che non erano in grado di cambiare colore.

I miei programmatori/operatori, Alex Murphy e Sparky Risk, hanno impiegato tantissimo tempo per costruire delle sequenze manuali per simulare sfarfallii casuali nei tubi fluorescenti ed effetti stroboscopici non lineari. Sparky mi ha reso fiero per aver deciso di utilizzare luci stroboscopiche con interruttori manuali che creano una sensazione di un’illuminazione da viaggio nel tempo. Sembra tutto molto più organico ed umano rispetto a qualsiasi cosa avessi mai tirato fuori da una macchina per gli effetti.

PRG Bad Boys e Best Boys, entrambi spot e wash, sono le unità che fanno la maggior parte del lavoro. Ho scelto questi in primo luogo per il loro output, date le distanze di proiezione coinvolte e il mio desiderio di ridurre al minimo il numero di apparecchi. Mi sta piacendo molto mantenere tutto coraggioso e semplice. I tre travi reticolate, sopra la struttura del palco quadrato [conta] un totale di soli 16 dispositivi, che sono meno di quelli che avevamo nel tour di War nel 1983!

I riflettori orientabili sono sempre stati motivo di discussione per questo progetto, dato che “il frontale della struttura” diventa un elemento senza significato qui. Chris Conti, della PRG, mi ha mostrato il Bad Boy spot tempo fa, suscitando il mio interesse. L’idea di poter circondare l’arena con i supporti delle luci spot – che avrebbero fatto il lavoro [destinato] alle luci frontali della struttura [tradizionale] – sembrava una buona soluzione, e la continuità di colore, zoom, riverbero, oscuramento e così via che avremmo avuto utilizzando i Bad Boys era molto interessante. Ero preoccupato di tale progetto, perché se il risultato non fosse stato all’altezza delle aspettative, sarei stato fregato (inculato).

Ho chiesto a Chris se c’erano dei limiti in termini di grandezza delle lampadine, e mi disse che in effetti c’erano. Allora gli ho chiesto di sperimentare mettendo lampadine sempre più luminose in un Bad Boy Spot finché una di queste non sarebbe fusa, e poi abbiamo preso il formato, l’output, precedente a quella. E lo fece, presentandoci un’unità modificata impressionante che Allen Branton, che si era fermato per prove generali per aiutarci con le luci di scena, l’ha equiparata all’equivalente di una (Strong) Super Trouper.

Alex Murphy coordina e comanda i riflettori, e ironicamente, l’unico problema che abbiamo è che sono troppo luminosi a dire il vero, li stiamo usando al 40%, ma non abbiamo il coraggio di dirlo a Chris Conti.

¹ Backline bunker: sono le strutture visibili dello sfondo del palco, che dividono la messa in scena dal backstage.
VIA: livedesignonline.com | Traduzione: Gaetano (LE MIGLIORI FRASI DEGLI U2), Angelo @Noodles105 e Daniela Mattei @daniDpVox | Revisione: Gabriel @gabrielcillepi 
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