Bono: il ‘monsignore’ del rock and roll irlandese

Nell’immagine di testata: Bono a New York [18/07/2015] | Photo By: Dave Conklin | VIA: U2Start.com

di John Walters

Se avete mai partecipato ad una messa cattolica, allora avete partecipato ad un concerto degli U2. E viceversa.

Il celebrante è Paul Hewson, in arte Bono, il monsignore del rock and roll irlandese, vestito di nero, che cosparge, di tanto in tanto, la congregazione con dell’acqua, come un battesimo. Ci sono preghiere ai fedeli (ad esempio, Stuck in a Moment You Can’t Out Of e Pride), le cui parole ogni vero credente conosce a memoria e ripete a voce alta.

E, naturalmente, c’è un sermone: questa Domenica, una bollente Domenica al Madison Square Garden di Manhattan, Bullet The Blue Sky offriva a padre Paul la possibilità di fare proclami sui disordini razziali dello scorso anno, ad una congregazione che era più bianca del Dipartimento di Polizia di Ferguson.

Non sparare! Sono un americano“, ha esclamato Bono mentre correva giù lungo la passerella che percorreva tutta la lunghezza del pavimento del Garden: “Non riesco a respirare, io sono un americano.

Tifosi dei Knicks, prendete nota: è stato piacevole vedere qualcuno correre lungo quel pavimento avendo con un senso di finalità.

Questo accolito ha assistito ai servizi degli U2 attraverso quattro decenni e tre fusi orari. La comunione delle anime di Domenica sera era appassionata e spettacolare come ogni volta che vi ho assistito. Il quartetto – Bono alla voce voce, David Evans (aka The Edge) alla chitarra, Adam Clayton al basso e Larry Mullen Jr. alla batteria – ha suonato con il fervore di una rinascita.

Siamo una band dal Northside di Dublino,” Bono ha informato il pubblico, come se fossero in procinto di partecipare ad un contest tra band emergenti. Eppure questo è esattamente ciò che sembra un show degli U2. Ancora. Dopo quasi quattro decenni e migliaia di esibizioni dal vivo, la band suona come se fosse ancora proselitismo per i convertiti.

La scenografia dell’iNNOCENCE + eXPERIENCE Tour offre un palcoscenico tradizionale ad un’estremità e un piccolo palco circolare dall’altra. Una passerella collega i due palchi, ma in realtà è più di un filo del rasoio, è come se gli U2 camminassero su un sottile confine tra la lucida professionalità e il compiacimento. Questa è la magia e la meraviglia di uno spettacolo messo su da un quartetto di mega-milionari giunti alla metà dei loro cinquant’anni (non tanto diversa dall’età di molti fans al Madison Square Garden) che possiede ancora, pardon, il fuoco indimenticabile di un branco di adolescenti.

La formazione è la stessa che per la prima volta s’incontrò a casa di Mullen, il batterista, il 25 settembre 1976. Non ci sono state defezioni o scomuniche in quasi 39 anni, e si vede: gli U2 non si limitano ad invecchiare; i quattro uomini di Dublino nord stanno anche migliorando.

Appena le luci dell’arena si sono abbassate, People have the power di Patti Smith (l’antifona d’ingresso) risuonò a tutto volume attraverso l’impianto audio. Bono è entrato nell’arena dal fondo della passerella, cantando il ritornello. Il resto della band è salita sul palco principale mentre la batteria di Mullen contribuiva a lanciare il brano d’apertura: il trascinante inno The Miracle (Of Joey Ramone), che riempì l’arena.

Quella canzone si infiltrò nel vostro catalogo di iTunes lo scorso Settembre, e potresti non esserne stato contento, ma due delle prossime tre canzoni videro la luce prima del lettore CD. “Questa è una canzone che non suoniamo molto spesso“, Bono ha annunciato queste parole appena la band si è lanciata in Gloria, singolo del 1981, con tutto il fervore di una band che suona il suo primo concerto in un club. Due canzoni dopo è arrivata I Will Follow, che è stato il primo singolo di successo del gruppo nel 1980.

“Abbiamo iniziato la nostra vita come una band di amici, e lo siamo ancora”, ha detto Bono al pubblico alla vigilia di Stuck in a Moment You Can’t Out Of, canzone ispirata dal suicidio del cantante degli INXS Michael Hutchence. “Ciò non è così facile come sembra. La maggior parte [dei problemi] derivano dal fatto che gli altri tre hanno problemi con me.

L’autoironia di Bono è un contrappeso ideale per le sue ambizioni sulla scena mondiale, ed è l’equilibrio che permette a questo gruppo di prosperare nell’arco di decenni. “Larry Mullen ci ha dato il nostro primo lavoro“, ha detto Bono ai fedeli a un certo punto dello spettacolo, “e lui non permette mai che noi lo dimentichiamo.

Il monsignore del rock 1
Gli U2 si esibiscono a Los Angeles [26 Maggio 2015] | © RICH FURY/INVISION/AP
E mentre quella storiella è più vecchia del vinile, Bono ha dichiarato pubblicamente che questo è simile al Credo degli Apostoli: è il richiamo della band per i suoi fans, e per sé stessi, che ricordano da dove sono venuti e che la loro vera religione rock and roll è più grande di loro stessi presi singolarmente.

Gli U2 si sono lasciati alle spalle la crisi del settimo anno del loro rapporto, un’epoca che è stata indirizzata dalla canzone One, di quasi un quarto di secolo fa. Più che essere appagati l’uno dall’altro, essi sono grati per l’altro. Questa pace interiore risuona nelle loro esibizioni. Il loro è il matrimonio più lungo, e di maggior successo, nella storia dei progetti rock – senza alcun progetto parallelo o vanitosi album solisti; per citarne una loro canzone , “It’s alright, it’s alright, it’s alright.

Trent’anni fa, della scorsa settimana, gli U2 hanno suonato al Live Aid, il mega-concerto transcontinentale caratterizzato da esibizioni di artisti leggendari come i Rolling Stones, gli Who, Bob Dylan e Paul McCartney. Una molteplicità di nomi, tra i più grandi del panorama rock, erano presenti sulla lista al Wembley Stadium di Londra e allo JFK Stadium di Philadelphia, ma è stata l’esibizione degli U2, evidenziata da Bad, che provocò il maggior stupore. E’ stato il momento in cui hanno preso i “voti”.

Nei tre decenni successivi, dopo quel pomeriggio, alcune band hanno mostrato dei lampi di genio (Guns N’ Roses, Radiohead), mentre altre hanno dimostrato di essere altrettanto importanti (Nirvana e Pearl Jam) per l’eredità del rock and roll. Ma le loro fiamme o sono bruciate troppo in fretta o le loro formazioni sono cambiate – i Pearl Jam hanno avuto più batteristi degli Spinal Tap – a causa delle turbolenze che perseguitano la maggior parte delle band.

La resilienza e la purezza degli U2 come band darà importanza alla loro eredità, tanto quanto gli inimitabili riff di chitarra di Edge e i testi messianici di Bono. Questo è ciò che sono.

La band ha a lungo sperimentato con scenografie pompose – ricordate il gigantesco limone? – ma in questo tour hanno finalmente trovato un compromesso ideale per le loro ambizioni. Uno schermo/gabbia – di 26 metri x 7 metri – è sospeso sopra la passerella che collega i due palchi. La trama della gabbia è diventata uno schermo che ha dato le sorprendenti immagini, consentendo inoltre alla band di camminare al suo interno, in modo che le loro sagome in carne e ossa possano interagire con le animazioni. Per mancanza di un esempio migliore, immaginate Blue’s Clues con la chitarra.

Il risultato? Durante la canzone Cedarwood Road, un omaggio alla strada dov’è cresciuto, Bono metaforicamente affronta un viaggio nella memoria. Mentre i disegni della strada a nord di Dublino, negli anni ’70, scivolano da sinistra a destra, Bono marcia in direzione opposta, come se fosse su un tapis roulant.

L’interludio nostalgico dello show – sfruttando al massimo lo schermo/gabbia – è la sua parte più debole. Iris (Hold Me Close), l’omaggio di Bono alla madre che ha perso quando aveva 14 anni, è un’elegia le cui intenzioni non sono riuscite a coinvolgere il pubblico. Ma Sunday Bloody Sunday ha raggiunto nuove vette spettacolari, come le immagini delle 33 vittime degli attentati di Dublino e Monaghan del 1974 – il più letale attacco terroristico nella storia della Repubblica d’Irlanda per i quali non è mai stato trovato il colpevole – apparse sullo schermo.

Come Bruce Springsteen – che ha suonato uno spettacolo a sorpresa in un parco a Asbury, New Jersey, nella notte di Sabato, gli U2 raramente consentono alle proprie pretese di essere di intralcio al loro desiderio di piacere. Bono & Co. chiudono con due delle loro canzoni più famose: With or Without You e Pride (In The Name Of Love), prima di un bis di quattro canzoni che includeva Beautiful Day, Bad e Where The Streets Have No Name.

Siamo una specie di band da Domenica sera/Lunedì mattina“, ha scherzato Bono per via della durata dello spettacolo che si avvicinava alle due ore e mezza.

Alla fine, è arrivato il momento per il sublime sacerdote di offrire il suo discorso di chiusura. “Per rispondere alla domanda del motivo per cui questa band continua a rifiutarsi di darci un taglio“, ha detto Bono, “vi offriamo questa canzone. Cantate con noi.

Con questo, The Edge ha suonato gli accordi di I Still Haven’t Found What I’m Looking For. Uno alla volta, con Bono per ultimo, gli U2 hanno camminato lungo la navata e sono usciti dalla parte anteriore della cattedrale del rock mentre la congregazione ha fatto eco al ritornello della canzone.

La messa è finita. Andate in pace.

VIA: NEWSWEEK.COM | Traduzione: Daniela @DaniDpVox
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