Bono: “Serve un nuovo Piano Marshall per rendere una realtà lo Sviluppo Sostenibile”

Nell’immagine di testata: Bono in Nigeria per sostenere l’emancipazione femminile in Africa

Se siete allergici al clamore fareste meglio a sbarrare le vostre porte e sigillare le vostre finestre il 25 settembre, perché quel giorno saremo nei pressi delle Nazioni Unite, quando i leader mondiali ratificheranno gli obiettivi globali per lo Sviluppo Sostenibile. Si tratta veramente di un grande riforma, di grande effetto – ce lo auguriamo – soprattutto per le persone più povere del pianeta, ma sarà perdonato chi di voi starà già ruotando gli occhi, o sbadigliando, o peggio.

In questo momento – in cui l’Europa e il resto del mondo si stanno agitando in risposta alla crisi massiccia dei rifugiati in Medio Oriente – sembra quasi un periodo di grandi impegni di qualsiasi tipo, a meno che non si tratti dell’impegno di smettere di inciampare sui nostri stessi piedi.

E’ una questione giusta e che ci interessa. Se non siamo in grado di gestire ciò che sta accadendo in Siria – se non possiamo neanche avere il diritto di nomenclatura, insistendo a chiamare questi profughi disperati “migranti”, come se avessero appena imballato le valigie e si fossero trasferiti a Nord per un cambio di luogo – come possiamo, eventualmente, gestire le più croniche, endemiche crisi umanitarie di estrema povertà, la fame, la malattia? Chi pensiamo di essere, esattamente, lanciando l’ennesima campagna fantasiosa?

Ma fermiamoci un secondo prima di vomitare, e consideriamo che l’emergenza in Siria mostra esattamente il motivo per cui abbiamo bisogno di perseguire – e ottenere – questi obiettivi globali. La prova di ciò è tutto il Sahel, la fascia che attraversa tutto il Nord Africa, dove tre estremi – estrema povertà, clima estremo, ideologia estrema – rappresentano una forte e costante minaccia. La mancanza di progredire potrebbe innescare una serie di crisi che farebbero impallidire quello che stiamo vedendo in Siria.

Boko Haram, nel nord della Nigeria, è ben nota, oramai, nel resto del mondo, in virtù della sua essenza orribile e violenta, ma non è certo l’unico gruppo di estremisti attivo nel Sahel; lo sono anche Al Shabaab, l’Esercito della Resistenza del Signore e Al Qaeda nel Maghreb. Gli analisti della CIA – che non sono, di regola, tipi emotivi – hanno esaminato il nord della Nigeria e hanno detto che il modo migliore per fermare i militanti per un lungo periodo è quello di porre fine all’estrema povertà nella zona e di creare, inoltre, un miglior sistema d’istruzione, quello per cui i musulmani ritengono di avere diritto. Quando la CIA e gli attivisti contro la povertà sono d’accordo, le cose devono essere o molto giuste o molto sbagliate!

Soprattutto quando i demografi si uniscono. Entro il 2050, ci è stato detto, l’Africa avrà 2,5 miliardi di persone, il doppio della popolazione della Cina, e più di un terzo dei giovani sulla Terra sarà africano. Il che è una notizia entusiasmante per tutti noi che considerano l’Africa, senza alcun dubbio, uno dei luoghi più stimolanti al mondo. Ma centinaia di milioni di giovani disoccupati o sottoccupati, se si arriverà a questo, non è una ricetta per la stabilità – o lì o qui, ovunque sia il “qui” per voi.

Naturalmente gli Obiettivi Globali (Global Goals) sono proprio questo: obiettivi, aspirazioni. Non progetti o piani di battaglia. Amina Mohammed, l’impressionante Assistente nigeriana del Segretario Generale alle Nazioni Unite che sta guidando gli obiettivi, sarebbe sicuramente d’accordo, essi sono il “cosa”, non il come. Allora qual è il modo?

Ci sarebbero un sacco di modi, naturalmente. Ma uno di questi, una grande idea, potrebbe essere quella che sentiamo dai leader africani nel mondo degli affari, della società civile e di governo: un moderno piano Marshall, ispirato, se non addirittura basato, su ciò che l’America ha fatto in Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale. Secondo Akin Adesina, il nuovo presidente dell’ African Development Bank:

“Il (piano) futuro di sfamare una previsione di 9 miliardi di persone nel mondo entro il 2050 dipende dall’Africa, che ha il 65% di tutta la terra arabile. L’Africa non può mangiare con il solo potenziale. Per cogliere questo potenziale richiede una partnership su scala globale, un moderno piano Marshall, ma guidato dall’Africa.”

Allo stesso modo, “Un approccio globale e coordinato” è ciò che Tony Elumelu, l’imprenditore e filantropo nigeriano, ha chiesto un piano per il commercio, la trasparenza, l’occupazione e le infrastrutture – tutti elementi di opportunità.

Ma cosa sarebbe un piano Marshall guardando ai nostri giorni? Non è esattamente come il Piano del Segretario di Stato (e generale) George C. Marshall, che è stato adeguato in maniera magistrale alla propria epoca, meno alla nostra. La Seconda Guerra Mondiale ha lasciato non solo le città ma intere economie in macerie; il Piano Marshall ha aiutato a ricostruire. Un moderno Piano Marshall dovrebbe, al contrario, concentrarsi sui Paesi che non sono stati industrializzati, che stanno per cominciare e che, tuttavia, stanno lavorando duramente per costruire le fondamenta.

Per avere successo, esso dovrebbe impiegare un po’ di strumenti contemporaneamente – coalizzarsi contro i problemi della povertà estrema e delle opportunità disuguali. L’assistenza è uno di quei mezzi – una funzione indispensabile. Il nostro obiettivo finale è la cessazione del soccorso – una crescente economia, una prosperità comune, l’autosufficienza. Ma il modo in cui abbiamo intenzione di arrivarci – se è possibile gestire la dissonanza cognitiva – è in realtà quello di aumentare gli aiuti, per ora, per i paesi che ne hanno più bisogno. I paesi più poveri ricevono solo una piccola quota, il 30% del contributo che il mondo offre. Investendo sui capitali esteri si possono utilizzare i fondi nazionali per migliorare i servizi sanitari di base e l’istruzione per i cittadini più poveri, in particolare per le donne e le ragazze.

La povertà è sessista: colpisce più duramente le donne e le ragazze, il che è doppiamente ironico, perché investire su di loro è il modo migliore per porre fine alla povertà.

Le persone sono più intelligenti rispetto agli anni ’40, sono più intelligenti anche a partire dai primi anni del 2000 nel fare in modo che i bilanci degli aiuti vengano spesi su ciò che funziona e per ottenere risultati. Una generazione di “factivists”, con una mentalità votata alla tecnologia, è in marcia, lottando contro la corruzione, facendo campagne per la connettività – accesso alle informazioni e alle opportunità che essa fornisce – essendo così profondamente consapevoli da poter mobilitare le proprie risorse interne; presto non si avrà più bisogno della ricchezza dei propri partner per sbloccare la prosperità nel proprio quartiere.

Un piano Marshall del 21° secolo dovrebbe ottenere, inoltre, finanziamenti dal settore privato, non solo per gli aiuti esteri. Gli Stati Uniti, negli anni ’40, hanno dato credito alle imprese in difficoltà, che è sempre una buona idea, ma questo non deve venire solo dai governi; ci sono aziende di successo in tutta l’Africa, e in tutto il mondo, che potrebbero fare investimenti in quelle aziende che hanno bisogno di capitale. Il settore privato ha altrettanto margine di guadagno, come chiunque si proponga nell’aiutare le industrie arretrate a fiorire o le imprese già in crescita a crescere ulteriormente e quelle in via di sviluppo a diventare quelle sviluppate. Il settore privato, per molti versi, ha un potere maggiore rispetto alle organizzazioni umanitarie multilaterali nel fare sì che questo accada. E si ottiene ancora più potere quando si lavora in collaborazione con quelle agenzie d’assistenza e con i governi nazionali e locali.

Ho visto tutto ciò il mese scorso alle porte di Kigali, in Ruanda, dove una combinazione di assistenza governativa – grazie all’iniziativa Power Africa del presidente Obama, e gli investimenti privati, attraverso Gigawatt Global – ha creato un campo solare futurista pazzesco che ha incrementato la capacità produttiva del Ruanda del 6% e mi ha reso totalmente entusiasta con le sue possibilità; questa struttura deve essere vista. L’Europa già è in linea con l’idea di energia pulita e rinnovabile, promettendo di aiutare 500 milioni di persone che hanno accesso ad essa. Il mondo dovrebbe investire su essa assumendosi dei rischi, come ha fatto Gigawatt, e aiutare luoghi come la Nigeria Settentrionale. Il sole splende anche lì.

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Bono with @Gigawattglobal execs | VIA: @opicgov

Un moderno Piano (George C.) Marshall potrebbe persino attirare investimenti dai bilanci della difesa, in quanto i pianificatori militari stanno iniziando (da pochissimo) a pensare ad un piano di assicurazione sanitaria che paghi per la medicina preventiva, invece di aspettare solamente di avere malati terminali. I militari amano le loro armi, ma sarebbe meglio mettere i propri esseri umani in luoghi in cui essi non rischino di farsi sparare o anche peggio. Sanno che il Piano Marshall originale non era solo un piano del dopoguerra, era un piano contro la guerra – progettato per fermare l’espansionismo sovietico e mantenere la Guerra Fredda tale, in modo da non farla diventare “calda” in Europa.

La pace e la stabilità sono ovviamente una condizione essenziale per la costruzione di qualsiasi cosa che duri – altrimenti non se ne fa nulla. C’è un motivo per cui il Piano Marshall sia cominciato solo dopo la guerra – e non nel mezzo di essa. Chiaramente dobbiamo porre fine ai combattimenti in Siria prima che lo sviluppo sia possibile anche lì. Ma questo non dovrebbe, non può, impedirci la prevenzione nelle regioni aride del mondo – piene di stoppa e illuminate da scintille – dall’esplodere in fiamme.

Il Piano Marshall dovrebbe essere un modello ma non deve essere la nostra unica ispirazione. Vi è abbondanza in Africa: dai campi solari in Ruanda agli avviamenti tecnologici in Nigeria, Kenya e Tanzania. Ci sono storie di successo praticamente ovunque nel continente – il brillante lavoro di una generazione crescente di imprenditori africani, attivisti, artisti e funzionari.

Qui è necessaria la partnership, non il paternalismo – ed è stata la chiave del successo della precedente edizione dei Global Goals (obiettivi globali), gli obiettivi di sviluppo del Millennio (the Millennium Development Goals).

Occorre spronarci a valutare [l’importanza del] ruolo svolto dagli MDG (Obiettivi di Sviluppo del Millennio) nell’incremento del numero dei bambini nelle scuole e nella drastica riduzione della mortalità infantile, della mortalità materna e – la più umiliante – di ogni tipo di povertà debilitante.

Ho combattuto con il mondo per la maggior parte della mia vita, e ho imparato che il cambiamento avviene per lo più lentamente e in modo incrementale. Ma a volte, quando una situazione lo richiede, pensiamo in grande, agiamo audacemente, e facciamo le cose per bene – o almeno in parte, il che non è poco. Ora abbiamo bisogno di essere in una di quelle situazioni. Dobbiamo agire bene, adesso, perché il disastro umanitario in Medio Oriente – e il brancolamento verso una risposta umanitaria in Europa e altrove – sono un calcio collettivo allo stomaco, un brutale richiamo di ciò che significhi sbagliare. La Siria non sarà l’ultimo conflagrazione, ma quando pensiamo e costruiamo in grande come i nostri obiettivi, abbiamo la possibilità di evitare il fuoco la prossima volta.

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Cantante degli U2 e co-fondatore di ONE e (RED)

VIA: Medium.com e IrishTimes.com | Traduzione: Daniela @DaniDpVox
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