“Gli U2 sono finiti!” [cit.]

Nell’immagine di testata: la caduta di Bono (e degli U2) | Via: U2start.com

Quella che campeggia nel titolo è una frase – meglio dire una presa di posizione – che ho più volte incontrato durante molte discussioni, scambi d’opinione, argomentazioni, letture, frequentazioni di siti, blog e forum a sfondo U2ico.

Quella esclamazione, quasi ciclicamente, riappare, e lo fa scuotendo le “fondamenta” intellettuali, e anche i nervi, di chi tentava, spesso senza riuscirci, di argomentare una veduta soggettiva circa la band di Dublino. Quelle quattro parole – accompagnate la maggior parte delle volte con un punto o un punto esclamativo per accentuarne il carattere oggettivo e sentenziatore – hanno rovinato non poche discussioni attentamente elaborate con critiche costruttive, sforzandosi di arricchirle con argomentazioni valide e facilmente riscontrabili.

La poca voglia di argomentare e, nei casi maggiori, la fretta nel voler tagliare corto – e ad effetto – una diatriba sana, ha sminuito e semplificato all’osso uno degli argomenti più interessanti nel panorama U2ico: gli U2 sono davvero finiti?

Nel provare a rispondere a questa domanda mi son reso conto che il vero dilemma è un altro: dato per scontato che quelle persone  – sostenitrici convinte che la band di Dublino, per vari motivi, sia finita – avessero ragione, le domande giuste allora sarebbero “Quante volte sono finiti gli U2? E perché?

Cerchiamo di scoprirlo.


1984 – The Unforgettable Fire
La fine del punk e l’arrivo della new-wave

Il primo “Gli U2 sono finiti!” si fa risalire addirittura al 1984, anno di pubblicazione dell’ormai celeberrimo The Unforgettable Fire. L’inedita collaborazione tra i musicisti di Dublino e l’accoppiata vincente Eno/Lanois, porterà nel sound della band una profonda trasformazione che nelle orecchie dei fans punkettari dell’epoca – nati, cresciuti e arrivati agli U2 attraverso band quali The Radiators from Space, Buzzcocks, The Clash, The Television, Joy Division ecc. – avrà l’acre sapore di rinnegamento. Il post-punk dei primi tre album – Boy, October, War – fa spazio ai suoni ambient della chitarra di Edge sotto influenza di Eno, Bono inizia a dar sfogo alle sue doti da cantante costruendo melodie sinuose senza più limitarsi ad urlare, e la sessione ritmica risente delle lezioni di Lanois, attento, quest’ultimo, a dosare l’enorme potenziale dei quattro ragazzi ex-punkettari.

Un affronto intollerabile. Gli U2 scalmanati, energici ed aggressivi- periodo spesso identificato come “golden age” dai nostalgici fans stranieri – lasciavano il posto agli U2 melodici, attenti agli effetti chitarristici, ordinati, manovrati da Eno e Lanois; schiere di fans abbandonarono la band stringendo tra le braccia Under a Blood Red Sky – l’ultimo lavoro da loro riconosciuto – e dal basso del milione di copie vendute di The Unforgettable Fire, e dal successo di Pride (In The Name of Love)gridarono alla commercializzazione della band, colpevole di essersi uniformata – neanche tanto – ai suoni new-wave degli anni ’80.

Ancora oggi molti di questi fans sono fieri sostenitori del valore inestimabile della band tra il 1980 e il 1983, capaci di esprimere la loro innocenza e ingenuità attraverso delle performance spontanee e cariche di vecchio post-punk, caratteristica mai più rivista successivamente. “Gli U2 sono finiti nel 1984” [cit.] è quindi la prima frase da annotare.


1988 – Rattle and Hum
La fine degli U2 “irlandesi”

Dopo l’uscita di The Joshua Tree e del relativo tour – con il conseguente successo mondiale – gli U2, insieme al loro manager Paul McGuinness, pensarono ad un progetto ambizioso, non privo di rischi economici e d’immagine: un libro, un film e un doppio-album chiamati Rattle and Hum da far uscire in simultanea; una sorta di resoconto finale del The Joshua Tree Tour attraverso la scoperta della cultura americana. Nell’Ottobre del 1988 gli U2 rilasciarono il loro sesto album – metà registrato live e metà in studio – e la critica stroncò sul nascere questo nuova direzione intrapresa da Bono & co.

Molti fans – soprattutto i connazionali irlandesi – girarono le spalle agli U2, accusandoli di aver dimenticato le loro origini, di essersi montati la testa e di vestire alla texana – cultura e moda ben lontane dall’Isola si Smeraldo. Quando la band ritornò in Irlanda nel 1989 per i famosi concerti al Point Depot, la stampa locale attaccò duramente gli U2 per questo modo-di-fare che mal si addiceva ad una band che sino a pochi anni prima incarnava con eccellenza lo spirito irlandese. Cappelli da cowboy, bandane, stivali a punta, camice di seta, cinture con enormi fibie in vista e giacconi lunghi facevano parte del nuovo look della band, influenzando, più di quanto si creda, anche il modo di porsi dei quattro ragazzi di Dublino.

Il film – mezzo flop al botteghino – venne visto come una prematura auto-celebrazione, totalmente fuori luogo e provocatorio. L’intenzione iniziale della band – celebrare e rendere omaggio alla tradizione soul e blues dell’America – venne completamente fraintesa da critica e fans che si allontanarono progressivamente da una band reputata ormai pomposa e destinata ad un lento e inesorabile declino.

Proprio i sostenitori della band, abbagliati dalla bellezza di The Joshua Tree, giudicarono gli U2 come la tipica band degli anni ’80 che, una volta raggiunto l’apice, si sbriciola sotto i colpi del proprio ego. Ed effettivamente i quattro ragazzi di Dublino stavano per abbandonare definitivamente la carriera da musicisti, se non fosse stato per la rivoluzione che esploderà da lì a poco.

Ma ormai il danno era fatto e i fans decretarono che “gli U2 sono finiti con Rattle and Hum!” [cit.]


1991 – Achtung Baby
La fine dei “veri” U2

Il periodo che va dal 1990 al 1993 è di solito considerato quello dell’invasione del genere Grunge – chiamato anche Seattle Sound per via delle numerose band che nacquero e si svilupparono proprio nella città dello stato di Washington, Nirvana in testa – ma è ricordato anche per l’invasione dell’elettronica che, grazie alle tecnologie sempre più user-friendly in grado di creare musica direttamente a casa – da qui l’origine del genere House – iniziava a prendere piede in tutta Europa, soprattutto in Germania dove l’imminente caduta del Muro aveva scatenato un ribollio di sperimentazione.

Gli U2 cavalcarono l’onda, come ormai ben si sa, e partorirono Achtung Baby, il 18 Novembre 1991. “Tutto ciò che sai è sbagliato” fu lo slogan della loro rivoluzione ma fu anche il pugno allo stomaco per tutti quei fans – innamorati, catturati, rapiti – che negli U2 anni ’80 avevano visto LA band, e che adesso si ritrovavano suoni cupi, vestiti alla cyber-punk e un Bono irriconoscibile.

Al giorno d’oggi nessuno lo ammetterà più – vuoi per il successo clamoroso di Achtung Baby, vuoi per il timore di essere presi di mira – ma all’epoca ci furono folte schiere di persone che maledirono il disco del 1991, gridando “Non sono i miei U2” ma soprattutto “Non sono i veri U2!“. Il tutto fu amplificato a dismisura dallo ZooTv Tour con le sui luci ammalianti, gli schermi a bombardamento visivo e la band che si “trascinava” viscidamente sul palco per schernire un mondo alla Blade Runner, un mondo che si diverte sulla superficie delle cose.

I fans, in un primo momento, non capirono. Lo shock era troppo grande e la voglia di soffermarsi sul concetto era troppo poca, o meglio, era offuscata dalla delusione. Le schiere di sostenitori che avevano ancora nel cuore il Bono genuino con i capelli lunghi e la chitarra di Edge squillante si allontanarono di soppiatto da questi nuovi U2 vedendo, nella copertina di Achtung Baby, la fine confusionaria di una band che adesso giocava a fare le rock-star mentre, pochi anni prima, incarnavano davvero il concetto di rock’n’roll professando i tre accordi e la verità.

Gli U2 sono finiti con Achtung Baby” [cit.] fu il triste slogan che irruppe, tristemente, tra le fila di fans in processione attorno al cadavere del Joshua Tree abbattuto.


1997 – PoP
La fine del rock e la “commercializzazione”

Superata la fase del trittico Achtung Baby – ZooropaOriginal Soundtrack vol. 1, i fans, favorevoli alla svolta della band, si aspettavano da quest’ultima un altro gioiello discografico da affiancare ai loro dischi degli anni ’90.

Se Achtung Baby deluse i fans degli anni ’80, PoP riuscì nell’intento di deludere ancor di più i fans degli anni ’80 e di spaccare letteralmente in due i fans degli anni ’90. Un album nato con numerosi problemi di fondo, portato avanti con mille difficoltà e pubblicato in fretta e furia, processo che compromise il risultato finale.

Tolti i problemi tecnici, PoP rientra in uno schema concettuale veramente ricercato affiancando il consumismo occidentale – frenetico e incessante – alla voglia ossessiva di evasione e divertimento che, alla fine degli anni ’90, coincideva con l’arrivo massiccio sul mercato delle droghe sintetiche, gioia e condanna per le nuove generazioni. Il supermarket emozionale, il PoPMart appunto, era il luogo dove potevi acquistare la tua emozione, come se fosse un pacchetto di caramelle.

Fin qui possiamo dire che la tematica funziona, anzi, è potente. Ma a rovinare il tutto fu il fuoco incrociato tra:

  • la critica musicale – che giudicò PoP un progetto incompleto, accusando gli U2 di essersi spinti troppo oltre;
  • i fans – che videro in questo lavoro una commercializzazione eccessiva della band, andando ad affiancare ritmi elettronici a ritmi troppo ammiccanti alla dance e all’hip-hop da classifica;
  • il tour – nato come un progetto rivoluzionario per la musica dal vivo, si rivelò un flop per tutta la leg Nord-Americana andando a inculcare nella band il tarlo del dubbio, di aver sbagliato strada.

Il poco successo del disco e le continue accuse di aver sconfinato in un genere musicale non proprio, gettarono gli U2, ingiustamente, in un limbo che segnò la fine degli anni ’90 all’insegna della ricerca sonora. Il PopMart Tour, pur avendo regalato dei concerti storici come quello di Sarajevo, non riuscì ad eguagliare lo ZooTv Tour nei cuori dei fans che, a distanza di quasi 20 anni, iniziano solamente adesso a rivalutare il disco ed il tour del 1997.

Ma all’epoca, la frase che risuonava tra i primi siti U2ici, in un primitivo mondo online, fu “Gli U2 sono finiti con PoP!” [cit.] Bono & Co. rimasero incastrati, e confinati, nel loro mondo patinato.


2000 – All That You Can’t Leave Behind
La fine dell’inizio

Dopo la cocente delusione di PoP, gli U2 virarono bruscamente la loro rotta musicale andando ad eseguire una pericolosa inversione a U per ritornare alle loro origini. La frase “ritorno alle origini“, dal 2000 in poi, è saltata fuori con una cadenza periodica, tanto quanto “Gli U2 sono finiti“, a dimostrazione che, tra le delusissime file di fans accumulate negli anni ’90, le origini della band erano l’unica possibilità di riavvicinarsi agli amati U2.

Nell’Ottobre del 2000, con l’arrivo di All That You Can’t Leave Behind sul mercato musicale, i fans reagirono positivamente al nuovo progetto della band di Dublino facendo segnare il record di vendite nella prima settimana d’uscita, battendo addirittura The Joshua Tree. Il singolo di lancio, Beautiful Day, sembrava congiungere, finalmente, tutte le aspettative: le note squillanti di Edge ritornavano protagoniste, tornava la coppia Eno/Lanois alla produzione del disco, ritornava anche l’uso della Gibson Explorer – non utilizzata in studio dalla fine degli anni ’80 – e la band sembrava aver trovato la giusta direzione.

Tutto sembrava andare alla grande, sino a quando i numerosi ascolti del cd aprirono una breccia tra i pensieri dei fans: improvvisamente All That You Can’t Leave Behind divenne l’album più brutto della discografia degli U2, a causa della sua indole facilotta e di brani marcati a fuoco come il male assoluto – vedi In a Little While o Wild Honey.

Proprio con il tanto propagandato “ritorno alle origini” la band tornò in vetta a tutte le classifiche mondiali, facendo sold-out in quasi tutti i concerti dell’Elevation Tour e riprendendosi dallo shock finanziario e musicale di pochi anni prima. Ma i fans iniziarono a storcere il naso, avvenne praticamente il contrario di PoP: se il disco del 1997 fece gridare alla fine degli U2 praticamente da subito, All That You Can’t Leave Behind sembrò illudere tutti in primo momento, per poi far urlare “Gli U2 sono finiti” dopo pochi mesi. Motivo? Brani troppo scontati e sempliciotti.

Se l’accusa di PoP fu quella di essersi spinti troppo oltre, adesso alla band si rinfacciava di aver confezionato un album senza pretese, che suonava di plastica, totalmente votato ad acchiappare più consensi possibili. Il tanto sperato “ritorno alle origini” si rivelò una gigantesca bolla di sapore che, una volta esplosa, non lasciò nulla nei cuori dei fans. “Gli U2 sono finiti con All That You Can’t Leave Behind” [cit.] fu la nuova moda ma, visto il possente titolo del nuovo album, la frase venne accorciata in “Gli U2 sono finiti nel 2000” [cit.]


2009 – No Line On The Horizon
La fine del coraggio

Passata l’ennesima delusione di How To Dismantle An Atomic Bomb, il 2009 arrivò con il suo carico di speranze e aspettative. L’accoppiata, sempre più sfruttata, Eno/Lanois tornava ancora una volta a dirigere i lavori e tra i fans iniziò a serpeggiare, già da molto prima dell’uscita dell’album, il malcontento: “gli U2 devono sempre affidarsi a Eno/Lanois? Non gli è bastato il disastro di All That You Can’t Leave Behind?

La pubblicazione di No Line On The Horizon fu oggetto di discussioni infinite che grazie, o per per meglio dire, a causa del primo singolo Get On Your Boots, scatenò un putiferio senza sosta che puntava il dito contro la perdita di coraggio della band. La scelta di Eno e Lanois dietro al mixer venne vista come l’ennesima prova che gli U2, da soli, non sanno gestire il proprio lavoro finendo, inevitabilmente, nel compromettere tutto.

Ma ad aggravare ancor di più la situazione ci fu la pubblicazione del making of del disco che evidenziò sonorità ben differenti da ciò che si pubblicò, mesi dopo, nei negozi…e il colpo di grazia fu la scoperta – una sorta di vaso di Pandora – che gli U2 rientrarono in studio, a giochi fatti, per incidere Get On You Boots, I’ll Go Crazy If I Don’t Go Crazy Tonight e Stand Up Comedy, trio maledetto di No Line On The Horizon.

Il seguente, mastodontico, 360° Tour amplificò tutto a dismisura facendo gridare all’ingessato “Greatest Hits Tour” avvalorando le ipotesi dei fans che – quasi per accertarsi di persona delle proprie critiche – si affrettarono ad acquistare in tempi record tutti i biglietti disponibili per i concerti facendo del 360° Tour la tournée con il maggior incasso della storia.

Ma cotanta affluenza non bastò per scongiurare la fine di una band che perse tutto il coraggio dimostrato negli anni ’90. La frase “gli U2 sono finiti con No Line On The Horizon” divenne il tormentone tra il 2009 e il 2011, anche tra le file di fans in attesa davanti agli affollati tornelli degli stadi.


2014 – Son gs Of Innocence
La fine dell’identità: la vendita degli U2

Il 9 Settembre 2014 si consumò una tragedia: la vendita degli U2. La Apple, noto marchio californiano, stipulò un accordo con la band di Dublino per rilasciare gratuitamente il loro ultimo album sulla piattaforma iTunes. Piovvero critiche a non finire. Gli U2 furono accusati da tutti i fronti:

  • colleghi musicisti – che rimproverarono agli U2 di sminuire la musica ed il lavoro dei musicisti;
  • le case discografiche – che temettero la fine della loro egemonia;
  • i fans – che videro in questa campagna di marketing una svendita totale della band;
  • i non fans – che si ritrovarono sul proprio device un intollerabile, fastidiosissimo, inaccettabile album di cui disfarsi a tutti i costi, tanto che la Apple fece un’app ad-hoc, in nome della (presunta) privacy personale violata – con tanto di lamentele sui profili Facebook, ove quest’ultimo è famoso per tale tutela.

Tutto ciò venne scritto, affermato, divulgato e spammato senza che nessuno – per meglio dire la maggioranza – avesse provato a premere il tasto Play sul proprio device “violato” o avesse provato a scaricare l’album dallo store di iTunes. La demolizione del progetto fu deciso a priori. Non aveva importanza ascoltare Songs Of Innocence: l’equazione U2=Apple era l’indizio basilare per bocciare in toto il lavoro, tanto fondamentale da dover affossare band e album.

La frase “Gli U2 si sono venduti” [cit.] iniziò a spopolare ovunque – passando di bocca in bocca anche tra i non-fans con gli iPhone sanguinanti – ma all’annuncio dell’iNNOCENCE + eXPERIENCE Tour, a fine 2014, tutti, e dico tutti, tiraron fuori account e password di Ticketone, facendo maratone notturne, e mattinate insonni, per accaparrarsi quel fantomatico biglietto, l’unica via percorribile per vedere i propri idoli dalla transenna, dimenticandosi, per circa le tre ore dello show, del povero iPhone moribondo e delle critiche spammate ovunque.


A conclusione di questa lunga disamina possiamo affermare che gli U2 son morti – e risorti – almeno sette volte durante la loro quarantennale carriera.

“Gli U2 sono finiti!” [cit.] si è sempre rivelata essere una frase che non decretava la fine di una band polimorfa – capace di mutare nel tempo con alti e bassi – bensì si trattava, e si tratta, di una frase altamente egoista, specchio di una chiusura musicale e di un attaccamento affettivo morboso alla band, che viene tirata in ballo quando i fans non riescono più a stare al passo di Bono & Co.

E’ più comodo accusare la band di “essere cambiata” piuttosto d’ammettere che noi fans – attraverso la crescita e lo sviluppo intellettuale negli anni – non ci rispecchiamo più in degli artisti che proprio perché artisti sono perennemente in mutamento. Invece ci ostiniamo a volerci sentire vicini ad una band che, in realtà, non appartiene a nessuno; la nostra sete di essere “importanti per la band” ci fa sentire ancor più importanti della band stessa.

Sarebbe più corretto ammettere che gli U2 si sono sempre evoluti, sfuggendo alle regole della moda, del mercato e della massa. Sarebbe più corretto farci da parte, in silenzio, quando una band non ci rappresenta più, tenendo a cuore quel periodo particolare a noi importante. Sarebbe, infine, giusto non decretare la “fine” di qualcosa quando quel qualcosa non ci piace più.

Dopo anni di dibattiti e di scontri su quest’argomento, penso che i fans non abbiano mai saputo davvero cosa vogliano dagli U2, e tutto ciò si evince dalle critiche alla band durante gli anni, spesso in contraddizione tra loro. Essi sono accecati dalle loro personali aspettative, quasi come se l’artista fosse un impiegato.

E la domanda che mi pongo, infine, non è tanto se “gli U2 son finiti?” ma piuttosto, “se fossero i fans degli U2 ad essere finiti?

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2 pensieri riguardo ““Gli U2 sono finiti!” [cit.]

  1. uno degli articoli più belli letti sugli U2, il fatto che siamo noi molto spesso a vedere gli U2 come dei burattini al nostro servizio in base alle nostre diverse esigenze è uno scenario troppo veritiero e fastidioso che la gente non ha mai il coraggio di prendere in considerazione, io per primo ero scettico all’uscita di SOI poi ampiamente ricreduto, specie dopo aver letto le fantastiche e profonde analisi/riflessioni su ogni brano preso singolarmente. La lettura di queste mi ha portato ad amare le canzoni ad un livello ancor più superiore fino ad arrivare a definire l’album un capolavoro personale, d’altronde non è un capolavoro un album solo in base alle vendite o alle recensioni di grandi magazine, per me SOI rappresenta uno dei picchi più alti degli U2 negli ultimi 20 anni, così personale e introspettivo, così profondo e così coinvolgente. Ogni epoca ha la propria musica, non abbiamo il coraggio di dire che a primo impatto non ci piace più nulla, non avremmo gradito un album con le sonorità di TJT perché subito avremmo detto “tornare ad un sound già ampiamente sperimentato e sicuro non è altro che un atto di ruffianaggine per mettere d’accordo tutti”, un album come Boy sarebbe improponibile visto che parliamo di un gruppo che era ancora così immaturo, un album come quelli presentati negli anni 90 sarebbe stato un “fatale ritorno a ciò che li ha portati a non essere più gli U2 di Joshua Tree”. Insomma, è un circolo vizioso che spiega come noi fan siamo ormai incontentabili perché ormai abbiamo sentito tutto. Gli U2 vanno apprezzati per quello che fanno, crescono/invecchiano loro e così si evolve e cambia la loro musica, trovare oggi gruppi che abbiano gli attributi per fare quello che fanno loro alla loro età è veramente dura, e lo testimonia l’effimera durata nella memoria delle canzoni che vengono fatte oggi. Poi per i metodi di diffusione si può parlare in termini di business conveniente per loro o per chi li promuove, ma per quanto mi riguarda è un argomento che non mi compete vista la mia ignoranza. Ti ringrazio per il tuo ennesimo articolo illuminante e ben fatto, continua così amico mio

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    1. Ti ringrazio prima di tutto per aver letto l’articolo e per il tuo bellissimo commento che fa capire che hai colto appieno il significato del mio scritto. Che dire, condivido tutto ciò che hai scritto e spero, col prossimo album, che fans – ed anche la critica – siano meno frettolosi a giudicare. D’altronde parliamo di musica, una “cosa” che va ascoltata e riascoltata per coglierne tutte le sfumature…e gli u2 hanno da sempre riempito le loro canzoni di numerosissime citazioni che rendono il tutto ancor più profondo.

      Rinnovo il ringraziamento per essere passato sul blog 🙂 a presto!

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