“Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare il mondo in me”

Nell’immagine di testata: gli U2 a Dublino [1980] | Photo By: ©Tom Sheehan

I quarant’anni degli U2 cadono in un periodo storico difficile, instabile, dove la violenza e l’indifferenza sembrano essere tornate quelle di fine anni ’70. Il razzismo dilaga e le immigrazioni fanno crescere sentimenti di isolamento culturale, etnico e umano. In quarant’anni molte cose sono cambiate, ma altre son rimaste sempre le stesse: le guerre silenziose esistono ancora, il terrorismo rimane un problema, gli scontri razziali infuocano ancora le strade, l’Irlanda del Nord è ancora sotto il Regno Unito.

Eppure, dopo quarant’anni, gli U2 sono ancora lì, dove sono nati e cresciuti: dietro una batteria, dietro ad un basso, dietro ad una chitarra, dietro ad un microfono. Molte band ci hanno provato, e quasi tutte hanno fallito.

Molte di esse sono nate con la voglia di cambiare le cose, con la voglia di esprimere un desiderio di rivalsa, rialzarsi dalla miseria in cui vivevano, evadere da un contesto difficile. I ragazzi si riunivano dentro scantinati umidi non per diventare famosi – solo a volte capitava – ma era un modo per creare qualcosa di bello, un mondo personale in una realtà grigia e senza futuro. Un sentimento di libertà: esprimersi e dire ciò che si pensa, far fluire la rabbia incanalandola attraverso parole e accordi distorti, urlare contro una società che non garantiva nulla di buono per il futuro di quei ragazzi. Anche questo non è cambiato. Ciò che è cambiato, ahimè, è quello che muove i ragazzi a suonare.

Il punk, all’epoca, era una questione di vita o di morte. Adesso è una moda, un altro modo per far soldi.

I ragazzi degli anni ’70 avevano un estremo bisogno di attenzioni. Il punk era la forma di lotta perfetta perché tutti potevano abbracciarla: era facile da suonare, era veloce come la rabbia ed efficace come un pugno sui denti. Gli U2 nascono in questo contesto, vuoti e sconfortati da una Dublino povera e perennemente desolata, incastrati in un mondo in bianco e nero deprimente. Il loro futuro sembrava essere solo un percorso già tracciato; i genitori avevano grandi aspettative sui loro figli: l’università, un buon impiego, una moglie, dei figli. Tutto era già scritto.

Poi arrivarono i Clash, e quei ragazzi capirono che niente poteva essere già scritto, ma che tutto si poteva costruire a partire da adesso.

“I can’t change the world, But I can change the world in me.”

Lo spirito degli U2 sta in questi filmati tremolanti, sporchi, vecchi di decenni. Filmati che sembrano lontani nel tempo, lontani dagli ideali moderni, spacciati per quello che era e che non sarà più.

Invece è ancora.

Gli U2 ci sono perché questi tempi moderni hanno ancora bisogno di loro, e chi li accusa di essere troppo cresciuti per esternare le loro idee sul mondo odierno, allora io rispondo con un deciso “No”. Perché allora non hanno capito in quale contesto sono nati Bono, The Edge, Adam e Larry. Non avete capito che gli U2 sono, resteranno e moriranno come una band punk-rock, con quell’ideale di rivalsa, con quella faccia tosta di esporsi e di ricoprirsi di insulti e critiche, dicendo e facendo quello che tutti noi pensiamo soltanto ma che difficilmente esterniamo o mettiamo in pratica.

La loro musica è mutata nel tempo, in quarant’anni hanno spaziato quasi ogni campo e genere musicale; può piacere o meno, questo non importa. Ciò che importa è che quei quattro ragazzi sono ancora qui, a dirci “Non posso cambiare il mondo, ma posso cambiare il mondo in me“, e ce lo dicono con gli occhi ancora sognanti di quattro adolescenti del NorthSide di Dublino, con quell’entusiasmo contagioso che da quarant’anni accompagna i fans di tutto il mondo. Perché se ognuno di noi cambia il proprio mondo, allora, alla fine, si crea un mondo nuovo.

“And we can break through, Though torn in two, We can be one.”

Forse è un pensiero utopico, bambinesco, ma credo che in questi ultimi quattro decenni gli U2 abbiano davvero cambiato le cose, perché hanno fatto cambiare il modo di pensare a molta gente, hanno divulgato attraverso la loro musica problematiche poco conosciute, hanno educato generazioni di ragazzi al rispetto della diversità e alla solidarietà. Nel giorno del loro anniversario io sento solo un sentimento di gioia. Quell’eco lontano di Rejoice.

Sono tempi difficili, è vero, ma quel Rejoice risuona ancora forte. Si, possiamo ancora cambiare il nostro mondo. Non è ancora finita.

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