Gli U2 (per chi) sono ancora rilevanti?

Lo sappiamo tutti: Songs of Innocence – rilasciato oramai due anni fa – venne svelato al mondo attraverso la domanda che campeggia nel titolo di questo articolo. Bono si fece “promotore” di tale quesito svelando, attraverso varie interviste, che il suo cruccio era quello di capire se la sua band fosse ancora rilevante.

In questo periodo di stasi da rilasci discografici e tour – ci sono ottime notizie per il futuro – mi sono soffermato a riflettere su questo concetto di rilevanza all’interno del mondo musicale. Cosa significa essere musicalmente rilevanti? E qui si aprono diverse interpretazioni:

  • potrebbe significare produrre e rilasciare un prodotto ben fatto, curato sotto ogni punto di vista, che appaghi l’autore in ogni sfaccettatura e che dimostri a se stesso di saper ancora fare il mestiere;
  • potrebbe essere inteso dal punto di vista puramente commerciale e, quindi, il tutto sfocerebbe nel vendere tante copie del disco;
  • potrebbe essere una rilevanza dettata dai giudizi della critica specializzata;
  • potrebbe essere vista come la capacità di costruire uno spettacolo all’avanguardia, capace di ammaliare ed esplorare nuovi campi della musica dal vivo;
  • oppure, infine, potrebbe essere semplicemente il numero di consensi da parte del pubblico.

Gli U2 sono – o sono stati, dipende dalle diverse opinioni – sicuramente rilevanti in ognuno di questi aspetti, su questo c’è poco da discutere. Certo, non con la stessa costanza, ma durante la loro carriera in almeno uno di quei campi hanno sempre eccelso. Ma allora gli U2 per CHI devono essere rilevanti? E Songs Of Innocence ha fatto crescere la rilevanza tanto sperata da Bono? Per me la risposta è esattamente a metà: affermativa per certi aspetti, negativa per altri.


“Siamo sull’orlo dell’irrilevanza. Occorre fare cose rilevanti per se stessi e per il punto in cui si è arrivati, raccontare con sincerità le esperienze che si stanno facendo. Se ciò è rilevante per la gente, ottimo. Ma non sappiamo.”

 

[Bono intervistato dalla BBC Radio 1 – 2014]


Dal punto di vista qualitativo – escluso il bistrattato POP – la band ha sempre rilasciato degli album di cui vanno fieri. Pur avendo avuto una fase compositiva da sempre molto travagliata – con l’apice raggiunto durante la gestazione di Achtung Baby – negli ultimi anni gli U2 sembrano che fatichino ancor di più nel trovare la “via maestra” arrivando, spesso, a cambiare le carte in tavola a ridosso della data prevista per il rilascio dell’album. Cambi di produttori, chiamate improvvise di altri addetti ai lavori, mixaggi cambiati a giochi fatti e sessioni di registrazione che ricominciano quando tutto era già stato deciso. Paura di deludere? Comprensibile.

Chiariamoci. Non significa per forza che gli U2 siano oramai arrivati al “limite”, al contrario: tutto ciò è sintomo di una cura ossessiva per la perfezione, una minuzia tecnica che mette in evidenza sia un amore ancora incondizionato verso il loro lavoro ma anche – e soprattutto – il terrore di non essere “accettati”. E qui sta il problema di fondo.

La “paura” è stato il filo conduttore per quasi tutta la carriera della rockband di Dublino. Da October passando per The Unforgettable Fire, da Rattle and Hum sino ad Achtung Baby, dal controverso Zooropa sino salto nel vuoto di POP…tutti questi lavori sono stati segnati dalla paura di non essere all’altezza d’eguagliare quanto fatto in precedenza. Quando ci infiliamo le cuffie, nel silenzio della nostra camera, ci si para davanti un gruppo compatto, capace di suonare con un’alchimia perfetta. Ma l’album che stiamo ascoltando è solo un punto d’arrivo, il prodotto finale di una “traversée du desert” durata in media 3/4 anni: incertezze, litigi, cambi di direzione, disfacimenti e riassemblamenti, idee scartate e altre sviluppate da zero. Comporre un album è un po’ come denudarsi davanti al mondo, mostrando i propri difetti e i propri incubi ricorrenti. Gli U2 ormai lo sanno perfettamente – essere “la band più famosa del pianeta” dà grandi responsabilità – e mostrare se stessi in un album imperfetto significa rivelare al pubblico un concetto nella maniera sbagliata. In poche parole significa essere fraintesi. Proprio come POP.


“Se c’è un album in cui gli U2 mostrano di avere davvero le palle…quello è ‘Pop’.”

[dal libro “Parola di Bono Vox”]


Songs Of Innocence ha tutto l’aspetto di essere una forte autocritica verso No Line On The Horizon. Quest’ultimo, durante il 360° Tour, è stato pian piano messo da parte venendo sostituito dalle hits del passato. A pensarci bene è il primo (vero) fallimento del “trio sacro” Eno/Lanois/U2. Mai prima d’allora un album con la firma di Brian Eno e Daniel Lanois era stato così bistrattato nei live – All That You Can’t Leave Behind, ad esempio, esclusi i giudizi personali, è stato un lavoro molto pubblicizzato e valorizzato dal vivo.

Ma cosa ha minato il lavoro svolto con l’album del 2009? In gran parte la minuzia.

No Line On The Horizon è un lavoro impeccabile, talmente perfetto da possedere la bellezza (fredda) di un robot. Ci sono dei picchi meravigliosi – Moment Of Surrender, Unknown Caller, Breathe – ma le eccessive limature ne hanno smussato troppo i contorni dandoci un album tecnicamente ineccepibile ma privo di quelle irrequiete digressioni dettate dalla passione.

Esso può essere visto come il POP degli anni 2000: due facce della stessa medaglia, curiosamente legati da un destino infausto pur avendo subito degli sviluppi opposti – uno iperprodotto, l’altro incompiuto. Facile predire che l’album del 2009 avrà, molto probabilmente, lo stesso trattamento del suo compagno del 1997 o addirittura peggiore: nel PoPMart, tra il 1997 e il 1998, POP è stato sempre suonato sino all’ultima data del tour mentre durante il 360° Tour, come detto, l’album di riferimento è stato quasi del tutto scartato. 

Anche sotto il profilo delle vendite il disco del 2009 ne esce con le ossa rotte:

  • All That You Can’t Leave Behind: 11.800.000+
  • How To Dismantle An Atomic Bomb: 9.800.000+
  • No Line On The Horizon: 5.000.000+

Ovvio, il mercato discografico è cambiato nel corso degli anni – così come la vendita effettiva dei dischi – ma ciò ci fa capire cosa deve essere scattato nella testa di Bono: a fronte di un tour stellare che ha battuto ogni record, quest’ultimo è stato una tournée praticamente (quasi) senza un album di supporto, soprattutto nelle ultime fasi.

E per una band come gli U2 accantonare il loro ultimo disco con la motivazione che “non funziona”, significa aver fallito su tutti i fronti. A maggior ragione quando li si accusa di essersi allontanati dalle proprie radici culturali e familiari. Di aver guardato troppo in là, a quell’infinito sicuramente affascinante ma impalpabile.


“Se si lascia perdere questo aspetto della cultura della musica pop e si sceglie di essere meno popolare, allora stai facendo un altro mestiere.”

[Adam Clayton alla CBS – 2015]

Perché dicevo che Songs Of Innocence non è stata la miglior risposta dal punto di vista della rilevanza? Perché è un ottimo album indirizzato, essenzialmente, ai fans. Qualsiasi altro appassionato di musica mal digerisce un album che è fortemente basato sulla storia della band, non riuscendo, sin dal primo ascolto, a calarsi totalmente in brani di difficile lettura. La rilevanza tanto agognata – o forse furbescamente giostrata – da Bono, si è tramutata in un voler piacere a tutti i costi, là dove, tra il pubblico extra-fans, Vertigo aveva trionfato.

Sembra quasi una bestemmia sentirsi dire che Vertigo ha convinto meglio di Songs Of Innocence ma basandosi solamente sui consensi popolari e sulla rilevanza musicale/mediatica/economica che il brano del 2004 ha portato agli U2, bisogna ammettere che il singolo da How To Dismantle An Atomic Bomb – tanto ripudiato dai fans storici – supera di gran lunga l’album del 2014. Quest’ultimo, con il suo metodo di rilascio, ha sì creato interesse attorno alla band – facendo molto parlare di sé – ma non è riuscito a far concentrare l’ascoltatore casuale su ciò che alla band interessava: la musica, e ciò che essa voleva comunicare. In altre parole Songs Of Innocence ha creato un’onda mediatica che è ricaduta più sul gossip spicciolo piuttosto che alla rilevanza genuina a cui esso aspirava.

L’ultimo album degli U2, quindi, dal mio punto di vista, non ha minimamente portato ulteriore rilevanza, “limitandosi”, al contrario, ad accrescerla all’interno di quella cerchia di persone che, in ogni caso, avrebbero ascoltato, acquistato, recensito e scaricato l’album, ossia i fans (e gli addetti ai lavori).

Fuori da questo “fortino” gli U2 hanno fallito, venendo, per l’ennesima volta, fraintesi; hanno donato ad ascoltatori poco interessati alle vicende e alla storia di Bono & Co., brani che rispetto al recente passato discografico della band hanno bisogno di un’attenta riflessione per essere pienamente apprezzati.

Gli U2, quindi, dopo questo esperimento di Songs Of Innocence, per chi devono essere rilevanti? La risposta non può che essere una: per i fans. A quelle persone che meritano ancora, dopo quattro decenni, il massimo impegno dalla band.

E giunti a quarant’anni di gloriosa carriera, a Bono, dovrebbe “bastare” questo.

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