The Edge a Rolling Stone: “The Joshua Tree Tour 2017”, Donald Trump, “Songs Of Experience” e il futuro della musica

By Andy Greene

Sin dalla loro fondazione nel 1976, gli U2 hanno evitato con decisione qualsiasi mossa che alludesse alla nostalgia. Ma quest’anno stanno per riprendere il loro capolavoro del 1987, The Joshua Tree, per portarlo in tour negli stadi in tutta l’America e in Europa in occasione del 30° anniversario dal suo rilascio.

E’ un’occasione per la band di ritrovare il contatto con i fans dopo l’accoglienza piuttosto deludente di Songs Of Innocence, dandogli, inoltre, la possibilità di tenersi occupati mentre danno gli ultimi ritocchi al prossimo album Songs Of Experience.

Un paio di settimane prima dell’annuncio ufficiale dei concerti, il chitarrista degli U2, The Edge, si è messo in contatto telefonico con Rolling Stone per parlare del tour, di come suoneranno le canzoni rare sul palco, del prossimo album, di Donald Trump e molto altro ancora.


– Mi puoi dare qualche informazione su come avete deciso di arrivare a questo tour?

Beh, quando abbiamo finito l’ultimo tour al coperto, l’iNNOCENCE + eXPERIENCE, ci siamo concentrati direttamente sul finire il secondo album di quel progetto, Songs Of Experience, che era praticamente completo dopo un paio di settimane che portavano alla fine dell’anno [2015 ndr.] Poi avvenne l’elezione [del Presidente degli Stati Uniti ndr.] e improvvisamente il mondo è cambiato. Ci siamo detto, “Aspetta un secondo – dobbiamo prenderci un momento per pensare a questo disco e su come affronta quello che sta succedendo nel mondo.” Ecco perché è stato scritto per lo più…voglio dire, è stato iniziato all’80% prima del 2016, ma la maggior parte di esso è stato scritto nella prima parte del 2016, e ora, come credo che anche tu condivida il pensiero, il mondo è un posto diverso.

– Ti riferisci a Trump e alla Brexit?

All’elezione di Trump. E’ come un pendolo che ha improvvisamente fatto un’enorme oscillazione nella direzione opposta. Quindi abbiamo volto lo sguardo all’anniversario di The Joshua Tree, ed è iniziata a crescere in noi una cosa differente, ci siamo resi conto, abbastanza stranamente, che le vicende siano chiuse come un cerchio. Quel disco è stato scritto nella metà degli anni ’80, durante l’era Reagan/Thatcher, della politica britannica e statunitense. E’ stato un periodo in cui c’era un sacco di agitazione. La Thatcher era occupata a sedare lo sciopero dei minatori; mentre in America Centrale c’era ogni sorta di imbroglio in atto. La sensazione è quella di essere ancora in quel periodo. Credo che nessuno dei nostri lavori abbia avuto una tale “chiusura circolare”. Mi sembrava come, “Wow, queste canzoni oggi hanno un nuovo significato e una nuova risonanza, che non avevano sino a tre anni o quattro anni fa“. E’ stato un caso in realtà: la consapevolezza che dovevamo mettere in quarantena Songs Of Experience per pensarci su davvero ancora una volta prima di rilasciarlo, per assicurarsi che fosse davvero quello che volevamo dire.

Così abbiamo detto, “Guarda, facciamo entrambe le cose. Possiamo celebrare davvero quest’album, che è veramente rinato in questo contesto, e possiamo anche avere la possibilità di pensare a quelle canzoni e assicurarsi che siano davvero quello che vogliamo pubblicare.” Così le due cose sono coincise e abbiamo deciso di fare questi show. Non ci siamo mai dati la possibilità di celebrare il nostro passato, perché siamo stati sempre una band che guarda al futuro, ma penso che abbiamo avvertito che questo era un momento particolare e che The Joshua Tree sia stato un disco molto speciale. Quindi siamo felici di ritagliarci questo momento, per riorganizzarsi e focalizzarci su un album che ha così tanti anni alle spalle ma sembra ancora attuale.

– Avete intenzione di suonare l’album in sequenza ai concerti?

Credo che lo faremo, e dico “credo che lo faremo” perché al momento l’intenzione è questa. Lo spettacolo potrebbe non necessariamente iniziare con “Traccia Uno, Lato A, ‘Where The Street Have No Name'”, perché sentiamo che forse abbiamo bisogno di arrivarci a quel momento, quindi siamo nel bel mezzo di capire come si strutturerà la scaletta, quindi sì. Suoneremo l’album in sequenza.

– I fans saranno entusiasti. Ci sono molte canzoni che non avete suonato per decenni. E poi c’è “Red Hill Mining Town” che non avete mai suonato.

E’ vero. Ho avuto un paio di giorni, alla fine di una sessione di registrazione in studio, dove ho ascoltato quella canzone e ho lavorato sulle parti di chitarra che non avevo più preso in considerazione per tanti anni. Quel brano in particolare è proprio ciò che sta accadendo con il Regno Unito in questo periodo: non è una [situazione] così intensa come quella d’allora, ma gli scioperi stanno scoppiando in tutto il Regno Unito per la prima volta da generazioni. Non è esattamente una ripetizione del “Winter of Discontent”, ma i suoi problemi spinosi stanno tornando. Sembra che la politica venga polarizzata in tante parti del mondo in via di sviluppo, in una maniera tale che trovo preoccupante. Sono sicuro che la maggior parte delle persone lo fa. Quelli sono stati giorni difficili, tempi bui, e personalmente abbiamo provato davvero un enorme dispiacere nel vederli ritornare.

– Perché pensi che questa sia l’unica canzone dell’album a non essere stata suonata? E’ difficile da suonare o da cantare per Bono?

Penso che probabilmente sia stata una di quelle canzoni che, a causa del suo ritmo e del suo arrangiamento, non abbia mai trovato un posto all’interno della setlist dei live. E’ buffo, a volte le grandi canzoni…Pensate ad uno spettacolo dal vivo come ad un ecosistema, hai delle nicchie da riempire: ci sono le “uptempo” – canzoni veloci, drammatiche – e quelle sono cruciali; poi ci sono canzoni a velocità media e non importa quanto siano grandiose, a volte, semplicemente, non si riesce a trovare un posto per loro. Quindi non credo fosse poi così complicato. Ma quando l’ascoltai nuovamente provai una cosa come, “Wow, questo è, sono davvero…

Non puoi saperlo, ma a pochi giorni dalla conclusione dell’album, Red Hill Mining Town è stata la nostra candidata principale per essere il primo singolo. Siamo andati avanti con questa idea e girammo anche un video con Neil Jordan ed eravamo molto fiduciosi. Poi, con il passare delle settimane, tornammo ad avere una sorta di obiettività: i punti di vista cominciarono a cambiare e il primo singolo divenne With Or Without You, e penso che sia stato giusto così.

– Poi c’è “Exit” e “Trip Through Your Wires” che non sono più state eseguite dagli anni ’80. E c’è anche “In God’s Country” che è stata suonata in acustico solo una manciata di volte. Sarà grandioso ascoltarle nuovamente.

Si. Sono tutte così diverse tra loro. Questa è la caratteristica di The Joshua Tree. E’ molto ampio, un album in CinemaScope. All’epoca pensavamo all’album in termini cinematografici. Intendo dire, basta vedere molte delle foto che accompagnarono l’album…lo scopo era proprio quello cinematografico. Pensammo alle canzoni da questo punto di vista. Anche le ispirazioni letterarie e i riferimenti andavano in quella direzione. Infatti il titolo originale di Exit era Executioner’s Song perché usammo molta letteratura come punto di partenza in modo da portare il nostro lavoro in una direzione leggermente diversa.

Cademmo definitivamente nelle braccia dell’America, nel senso che, come band, il punk-rock stabilì l’unica forma di musica a non essere influenzata, o ispirata, dalla musica americana. Se si ascoltano i nostri primi dischi è possibile scorgere l’influenza di un sacco di musica tedesca che all’epoca andava di moda. Un sacco di band britanniche ascoltavano la stessa musica. The Joshua Tree è stato il primo album in cui siamo consapevolmente andati verso, “Ok, abbiamo dedicato quattro album all’Europa, all’Irlanda, ma diamo uno sguardo alle radici di tutto ciò di cui facciamo inevitabilmente parte.” Ed erano tutte cose americane.

Così abbiamo volto la nostra attenzione alla musica americana. Abbiamo esaminato il blues. Abbiamo prestato attenzione al New Journalism. Mi ricordo che io e Bono leggevamo Flannery O’Connor, gli scrittori meridionali. E’ stato uno sforzo cosciente quello di guardare al di là dell’Atlantico e iniziare ad esplorare l’America. Voglio dire, per qualcuno dall’Irlanda essa è una ricca fonte di idee, aspirazioni, ispirazioni e generazioni, l’America è la terra promessa. Noi la stavamo osservando in tal senso, ma anche per ciò che era veramente. Ho letto i “Fratelli di Soledad” e ciò che riguardavano i Black Panthers. Siamo stati ad esplorare l’America da ogni angolo. E quell’epoca era il periodo di Reagan dove, in un certo senso, la visione di ciò che rappresentasse l’America era in pericolo. L’America di Thomas Jefferson, l’America di John F. Kennedy, queste persone erano visionari che parlavano degli ideali di ciò che l’America può essere. Eravamo alle prese con queste grandi idee e ora eccoci di nuovo a quel punto. E’ pazzesco.

– Quali canzoni caratterizzeranno le parti non dedicate a “The Joshua Tree” durante lo spettacolo?

Ovviamente ogni volta che prepariamo uno spettacolo dal vivo cerchiamo di stabilire una linea guida, un nucleo cinematografico che possa essere all’altezza. E siamo, come dire, viziati da questo punto di vista, oltre che molto fortunati visto che c’è molto a cui attingere. Essendo ancora nelle prime fasi del processo è un po’ difficile per me dire esattamente quello che faremo. Ma devo dire che saranno considerate tutte le vecchie canzoni, e tutti i brani che andremo a suonare saranno coerenti con il nucleo centrale. Sai, stiamo per fare degli spettacoli in America e in Europa. Ma non ho dubbi sul fatto che gran parte gli show americani saranno incentrati sicuramente su quell’America mitica che stavamo raccontando con Joshua Tree.

– Pensi sia possibile il fatto che potreste eseguire le b-side dell’album come “Wave Of Sorrow” o “Luminous Times”?

Abbiamo fatto un paio di lati B nei nostri spettacoli precedenti ed è difficile per una canzone, per certi versi, entrare nel set…ma non per una questione di qualità della stessa. Piuttosto si tratta di quello che devi lasciare fuori per far spazio ad essa. Siamo ambiziosi al punto che vogliamo soddisfare quelli che noi chiamiamo “uber-fans”, quelli che hanno visto più concerti. Vogliono vedere qualcosa di nuovo che non hanno mai visto prima, qualcosa di misterioso e unico. Lo sappiamo. Cerchiamo tutti i modi per renderlo possibile. Ma siamo anche consapevoli del fatto che la gran parte delle persone ci hanno visti una volta, o un paio di volte. C’è un gran numero di classici che vogliono ascoltare. Si tratta di bilanciare le due cose.

Spesso è molto divertente prendere qualcosa dal passato che non abbiamo mai suonato e reinterpretarlo, senza dubbi ci troveremo di fronte a questa situazione. Ma non credo che andremo a mettere una grande enfasi sulle canzoni oscure degli U2 o poco sentite. Penso che alcune di queste ci saranno di sicuro. Abbiamo detto Exit, Trip Through Your Wires, In God’s Country e Red Hill Mining Town. Voglio dire, sono quattro canzoni. Red Hill Mining Town non è stata mai suonata e le altre tre sono state ascoltate molto raramente. Quindi, ecco qua. Non lo so. Non escluderei le B-Side.

– Credo che i fans stiano morendo dalla voglia di sentire “Drowning Man” e “Acrobat”. Non sono mai state fatte dal vivo. C’è una possibilità che siano finalmente eseguite?

Questo è molto interessante. Non sapevo che i fans sono interessati anche a Drowning Man. Voglio dire, di Acrobat immagino sicuramente. E’ stato uno dei brani più drammatici da Achtung Baby. Ma questo è interessante. Ne prendo atto. Vogliamo ascoltare sempre i nostri fans perché, nella nostra esperienza, gli appassionati di musica raramente sbagliano. C’è qualcosa di vero in quello che dicono, quindi ne prendo atto. Non sto dicendo che la faremo sicuramente, ma siamo in una situazione meravigliosa in qui abbiamo carta bianca.

– Penso che ai fans manchino quei momenti dello spettacolo in cui tu ti rendi protagonista, come “Numb” o “Van Diemen’s Land.” Ci deve essere sempre un momento Edge, ne avete preparato uno?

Si. Sai, di solito io canto molto come saprai, quasi sempre come seconda voce. Ma in realtà è Bono quello che mi incita spesso a cantare. Mi piace molto cantare come voce principale, ma sono anche consapevole che abbiamo davvero un grande cantante nella band. Credo che questa opportunità non si sia adattata agli ultimi tour. Ma non la escludo.

– Vedo che suonerete a Bonnaroo. Questo sarà divertente. Si tratta di una tipologia di concerto molto diversa per voi.

Si. Non abbiamo suonato ai festival per un bel po’ di anni, ma abbiamo partecipato a un sacco di festival all’inizio della nostra carriera e ho dei ricordi molto cari per vari motivi. Nei festival si ha sempre l’aspetto di gladiatori, perché in un certo modo sei sempre sulle spine. C’è anche la possibilità di essere spalleggiati dai tuoi coetanei o di ritrovarsi nel backstage con altre band e artisti. Uno degli svantaggi di fare spettacoli propri è che spesso non si hanno queste opportunità. Abbiamo fatto un sacco di amicizie nei primi anni degli U2 suonando in concerti insieme a Simple Minds, Eurythmics e varie altre band. Questa è una parte molto importante per me, quindi non vedo l’ora.

– Quale sarà il palco per questi spettacoli di “The Joshua Tree”? Sarà del tutto simile a quello del 1987?

Non credo che vorremo imitarlo troppo ma allo stesso tempo vogliamo fare un accenno alle idee estetiche che arrivarono con quel disco. Non credo che andremo ad esagerare nel reinventare il tour, prenderemo sicuramente quelle idee estetiche e le aggiorneremo in qualche modo. Si tratta del “The Joshua Tree 2017”. Non è “The Joshua Tree 1986”.

– Eppure sono sicuro che la parola “nostalgia” sarà affiancata a questo tour. Come ti senti al riguardo?

Beh, come detto penso che ciò che per noi è importante non è davvero la nostalgia. C’è un elemento di nostalgia che non possiamo evitare, ma non è motivata dal desiderio di guardare indietro. E’ quasi come se questo album abbia chiuso un cerchio e siamo nuovamente in quella fase. E’ come se avesse nuovamente rilevanza e ne siamo consapevoli.

– Il prossimo disco sarà “Songs of Experience” o c’è la possibilità che sarà qualcosa di completamente diverso?

No, penso che sarà Songs of Experience. Quando dico che è quasi finito, vogliamo davvero cogliere questa occasione per pensare all’album, assicurarsi che sia davvero quello che vogliamo rilasciare visti i cambiamenti che si sono verificati in tutto il mondo. E forse un po’ cambierà, ma abbiamo voluto cogliere questa occasione solo per riconsiderare il tutto. E…chi lo sa? Potremmo anche scrivere un paio di canzoni nuove perché è esattamente la situazione in cui ci troviamo al momento. Ci siamo dati uno spazio per respirare, in favore della creatività.

– Pensi che quando il “The Joshua Tree Tour” finirà, l'”iNNOCENCE + eXPERIENCE Tour” tornerà nuovamente con lo stesso palco come l’ultima volta?

Sentiamo che quel tour non è finito. Quindi in questo momento ci piacerebbe concluderlo. Immagino che tornerà in scena con degli elementi simili al passato. Mi dispiacerebbe tentare di vedere troppo nel futuro. Questa è l’ipotesi di lavoro in questo momento, ma le cose possono cambiare e niente è deciso. Ma mi piace quel tour e il fatto che il progetto non sia stato completato. E’ ancora vivo nella nostra mente in modo creativo.

– Avete qualche idea di come sarà distribuito il prossimo album? C’è stata molta attenzione sul metodo di distribuzione dell’ultimo disco.

Il mio piano è quello che Bono, nascosto dentro casa, metta il CD sotto il cuscino di tutti [ride]. Ma, purtroppo, non sembra essere un’idea condivisa dal resto della band. Ma, no, ancora una volta è interessante il modo in cui la distribuzione della musica, la promozione e il marketing siano stati gettati nello scompiglio negli ultimi anni. Quelle che sembravano idee all’avanguardia e innovative sei mesi fa..adesso non sembrano più così nuove e innovative. Inoltre sono consapevole del fatto che il numero di vendite dei vinili stanno salendo in maniera esponenziale. E’ pazzesco. Dice molte cose su ciò che rappresenti l’oggetto, il vinile, per le persone…rispetto al download digitale, a un file. La gente, alla fine, ha un legame emotivo con un grande disco e con l’artista.

Un file digitale è…ascolta, la convenienza è meravigliosa. Se devo essere onesto, io ho ancora la mia collezione di vinili ma uso i file digitali per il 90% del tempo. Ma non abbandonerei mai i miei vinili. Quindi c’è la necessità di entrambe le cose e trovo rassicurante che nel ben mezzo della convenienza di poter possedere tutto, ci sia ancora un profondo legame emotivo che le persone hanno con il corpo del lavoro, ciò che è in sostanza un album.

Quello che trovo confortante è che la cultura musicale, e la musica, siano ancora in prima linea. Le persone si divertono, gioiscono con la musica e si rivolgono a essa per varie ragioni. Sono curioso di vedere se in questo mondo post-verità, la musica possa riconnettersi con quel filone attivista/di protesta che ha avuto per tanti anni, e che di recente sembra aver perso. Credo che questo aspetto della musica sia sempre stato importante nella mia testa, una parte cruciale di ciò che mi ha attirato ad essa, e penso sia lo stesso per un sacco di persone. Quindi sento che questo è un momento in cui la musica può attraversare un periodo di rinascita, e sono molto felice di vedere cosa stanno scrivendo i ragazzi nei loro garage in Nord-America o in Europa per essere poi pubblicato nei prossimi anni. Penso sia il momento di tornare a tutto questo.

– Ok, ultima domanda: pensi che ci sarà un tour per il trentesimo anniversario di “Achtung Baby”?

[Ride] Non ci sono dei piani al momento…ma mai dire mai.

Traduzione di: Gabriel Cillepi
Fonte: RollingStone.com
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