PopMart Tour – La “discoteca labirinto” degli U2

È sempre difficoltoso affacciarsi su eventi di notevole portata per cercare di descrivere ciò che rappresentarono in un determinato momento storico, soprattutto se tale contesto socio-culturale è oramai sbiadito da altre vicende e da altre circostanze.

Il concerto degli U2 a Santiago del Cile significò molto, moltissimo, ed è sorprendente pensare che il Popmart Tour — con il suo aspetto materialistico — fu in realtà un tour molto attento ai contesti sociali e ai diritti umani, arrivando a toccare località molto sensibili e inusuali come Sarajevo il 23 settembre 1997, Tel Aviv il 30 settembre dello stesso anno, Buenos Aires il 5, 6 e 7 Febbraio 1998 e appunto Santiago l’11 febbraio 1998.

Non sono da dimenticare anche i due concerti sul continente africano a Città del Capo — il 16 marzo 1998 — e il concerto conclusivo del tour a Johannesburg il 21 marzo 1998. In principio fu pensato anche un concerto, mai avvenuto, in Egitto — a Il Cairo il 3 Ottobre 1997 — e un altro a Singapore, quest’ultimo successivamente sostituito con quello di Città del Capo.

Portare il dramma storico dentro uno spettacolo itinerante travestito da discoteca sembrava un’impresa titanica visti anche i precedenti episodi accaduti durante lo ZooTv; Bologna 1993 fu come scoperchiare il vaso di Pandora per la musica contemporanea allorquando una rockband si permise di mostrare agli spettatori che il mondo al di fuori delle proprie mure di casa stava morendo, e periva nello stesso istante in cui essi si dimenavano ad un concerto. Il collegamento in diretta con Sarajevo significò scavalcare il filtro dei telegiornali, si avvertì il pericolo di non poter cambiare canale, di dover assistere impotenti all’orrore senza quel “cuscinetto” rassicurante della censura mediatica. Si assistette in sostanza alla disillusione, un po’ come scostare il velo di Maya dagli occhi occidentalizzati del pop, rimettendo prepotentemente sotto i riflettori attori e vittime principali della disumanità dell’uomo, ma questa volta tutto veniva amplificato dalla tecnologia: non più rockstars arricchite che si riunivano sotto la bandiera di Amnesty International elargendo parole di rivalsa dall’altro capo del mondo rispetto al luogo in cui venivano fatti a pezzi esseri umani, adesso gli U2 portavano 50mila persone a Sarajevo, a vedere e sentire direttamente ciò che stava accadendo.

Ma era solo il 1993, la guerra era iniziata da poco più di un anno e fatti come il massacro di Srebrenica dovevano ancora sconvolgere l’opinione pubblica; eppure, già allora, rimase sulla pelle la sensazione angosciante che il terrore poteva dilagare attraverso l’occhio vigile delle telecamere, essere diffuso dai satelliti e giungere sino a noi, scavalcando confini, muri e barricate.

Lo ZooTv — per via della sua struttura distopica/futurista — ben si adattava alla diffusione di idee politiche, filosofiche e culturali grazie al suo imponente impatto mediatico che riusciva a imprimere sulle persone; il Popmart Tour, al contrario, risultava ben più orientato ad una cultura kitsch, parafrasando i canoni capitalistici della società di fine XX secolo attraverso la Pop Art e le correnti neo-pop dell’arte contemporanea, come ad esempio quella di Jeff Koons. Apparentemente, quindi, il tour del 1997/1998 si discostava dall’impronta seriosa della band di Dublino, fiancheggiando in maniera ironica una filosofia più devota al simbolismo consumistico dei fast-food — l’arco giallo del palco che richiamava il logo della McDonald’s — e delle discoteche, non-luoghi sociali dove i giovani comprano la felicità sotto forma di pillole colorate.

Sarebbe sbagliato pensare che il suddetto tour sia stato totalmente assente da momenti impegnati — pensiamo alla presenza fissa in scaletta di Please, soprattutto quando fu suonata a Belfast il 26 Agosto 1997 — ma dal concerto di Sarajevo in poi, il Popmart Tour rivelò il suo lato più intimo, profondo, mettendo in scena situazioni cariche di significato umano: l’entrata di Sunday Bloody Sunday in maniera stabile nella setlist dalla terza leg in poi — in una versione minimale cantata dal solo The Edge — segnò in sostanza lo spartiacque tra la prima parte dello spettacolo e il blocco centrale, dove quest’ultimo annoverava i brani con una forte componente politica: Sunday Bloody Sunday, Bullet The Blue Sky e Please.

Even Better Than The Real Thing rappresentò invece il brano di transizione per questi paesi dal passato burrascoso, un nuovo inizio possiamo dire,

Fu però in Sud America – prima volta per la band di Dublino – che il Popmart Tour iniziò ad essere ciò che gli U2 avevano immaginato, una discoteca labirinto dove le luci stroboscopiche segnavano il confine tra il luccicante (eccessivo) benessere della mondanità e l’oscurità della sofferenza umana.

I concerti di Buenos Aires misero in rilievo questa dicotomia con l’invito sul palco delle madri dei desaparecidos durante il brano Mothers of the Disappeared – quest’ultima eseguita l’ultima volta il 20 Dicembre 1987. Questo gesto in realtà venne già fatto in precedenza da Sting — durante il concerto di Amnesty International in Cile nel 1990 — ma nel contesto di un concerto rock così sfacciatamente pomposo acquisì un significato davvero unico: improvvisamente le luci, la maestosità del palco, i colori sgargianti, la musica disco, tutto perse significato davanti a quelle donne umili che reggevano le foto dei loro figli scomparsi nell’anonimato.

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Bono canta “Mothers of the Disappeared” a Santiago del Cile [11 Febbraio 1998]

Ma fu a Santiago del Cile che si raggiunse l’apice. Bono introdusse One con queste parole:

Questa sera, voglio ringraziarvi…vogliamo ringraziarvi per averci permesso di cantare per questo bellissimo Paese. Voglio augurarvi il meglio per il futuro…ma spesso, per avanzare verso il futuro, si deve fronteggiare il passato. Io le chiedo, Signor Pinochet, le chiedo di dire a queste madri dove sono i loro figli. Solo questo, dica a queste madri dove sono i loro figli…così che loro possano seppellirli, cosi che possano dirgli addio, così che il Cile possa dire addio al passato. Noi non vi giudichiamo, Dio è il suo giudice. Per favore, ridia i morti ai vivi.

All’epoca Pinochet era Comandante in capo dell’Ejercito de Chile dopo aver abbandonato la carica di Presidente l’11 marzo 1990. Il cantante si fece carico della lotta portata avanti tra mille difficoltà dalle madri cilene, rivolgendosi direttamente al dittatore con parole decise, ferme, specificando che ciò che importava realmente a queste donne non era il sentimento di vendetta o di giustizia — compito affidato a Dio — ma di ritornare ad essere madri attraverso la verità sulla sorte dei loro cari.

L’esecuzione di One — una delle più toccanti di tutto il tour — fu seguita anche qui da Mothers of the Disappeared, scandita dalle voci delle madri che denunciavano la scomparsa dei figli. Il lungo finale del brano con lo snippet di El Pueblo Vencera, cantato prima da Bono e poi dal pubblico, continuò a fare da cornice al risuonare dei nomi degli scomparsi attraverso la voce decisa delle madri; mentre la malinconica melodia andava avanti — scandita dalla chitarra di The Edge — Bono prese dal pubblico la bandiera del Cile, la posò sull’asta del microfono e ridiede simbolicamente ad un popolo dilaniato la speranza di poter costruire autonomamente il proprio futuro.

Bono ricorda così quel concerto:

Quando suonammo in Cile accadde una cosa straordinaria. I biglietti erano troppo cari per chiunque, così autorizzammo la trasmissione del concerto in televisione. Pensammo, ‘se lo facciamo vedere all’intero Paese dovremmo suonare Mothers of the Disappeared e invitare davvero sul palco le madri dei desaparecidos.’ […] Il nostro pubblico si divise immediatamente. Ci furono fischi di disapprovazione e applausi. Alcuni in Cile credevano che il generale Pinochet fosse stato un mostro necessario per tenere alla larga un mostro ancora più grande, il comunismo. Altri non volevano rivangare il passato. […] Due mesi dopo le donne inscenarono la stessa protesta nel parlamento cileno, portando le foto e ripetendo la stessa cosa: ‘Vogliamo sapere dove sono sepolte le ossa dei nostri figli.’ Successivamente, quando salirono al potere i partiti dell’opposizione, il nuovo ambasciatore cileno ci scrisse per dirci che erano state le immagini televisive del nostro concerto a ispirare loro l’idea di mobilitarsi. Incredibile.

Che una discoteca fatta di luci accecanti potesse riunire etnie in conflitto e popoli oppressi non se lo sarebbe mai aspettato nessuno. Eppure oggi, rivolgendo lo sguardo a quel tour, il PopMart fu davvero quel supermercato emozionale capace di descrivere in maniera viva la contraddizione sociale alle soglie del XXI secolo.

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