“Stay (Faraway, So Close)” [1993]

“E se tu guardi, tu guardi attraverso me
E quando parli, tu parli a me
E quando ti tocco, tu non senti nulla”
[“Stay (Faraway, So Close)”]

Con l’arrivo degli anni ’90 gli U2 scoprirono un mondo fatto di colori e sfumature, dove era possibile giocare con le diverse combinazioni di sentimenti per descrivere la natura ambigua dell’uomo. Il bianco e nero degli anni precedenti fu abbandonato, ed il contrasto netto tra luci e ombre divenne una scala di gradazioni dove il tradimento non era poi così meschino e l’amore mostrava invece tutta la sua crudeltà cieca. Anche Anton Corbijn iniziò a fotografare questo “nuovo mondo” utilizzando per la prima volta i colori nei suoi scatti. Saturazioni violente e fredde tonalità improvvisamente caratterizzavano l’immagine della band che sembrò, paradossalmente, più glaciale e artificiale rispetto al passato, là dove gli scatti nel deserto — nel loro semplice dualismo cromatico — emanavano calore e passione. Si viveva in una stanza di specchi: mega-schermi che mostravano i desideri più profondi, maschere di cera dalla forma mutevole e illusioni tanto ammalianti quanto alienanti identificavano un camaleontico universo senza confini dove tutto era verità e bugia.

Ma non tutto poteva essere descritto da questa nuova tavolozza concettuale: alcune cose, le più profonde, avevano bisogno ancora una volta di soli due colori. Il bianco ed il nero.

Stay (Faraway, So Close) non nacque in funzione del film di Wim Wenders, ma fu adattata alla pellicola. Questo elemento è fondamentale per capire ciò che essa nasconde, quel nucleo oscuro avvolto dal romanticismo aulico di stampo tedesco. La canzone risale alle sessions di Achtung Baby e fu composta pensando a Frank Sinatra. Il cantante italo-americano aveva una forte influenza sulla band, soprattutto su Bono, essendo il cantante preferito da suo padre Bob; non è un caso che proprio il lato B del singolo — nella “swing version” — sia I’ve Got You Under My Skin cantata in un magnifico duetto da The Voice e il cantante irlandese.

La struttura del brano e la sua progressione di accordi, come dichiara The Edge, si rifà proprio alle canzoni swing:

«E’ iniziata come una piccola sequenza di accordi alla chitarra acustica preparata per Achtung Baby con una melodia di Bono, ma che non è mai decollata. Ho riscritto il pezzo quando abbiamo iniziato Zooropa e ne ho fatto un demo solo con chitarra e drum machine. Stavo quasi tentando di scrivere una canzone per Frank Sinatra… Ha qualche cambio di accordi e un feeling che stavo cercando, una certa disciplina nella composizione che è molto strutturata, di mestiere. Probabilmente è per questo che è quella che suona di più come una classica canzone degli U2».

In effetti Stay (Faraway, So Close) sembra rappresentare un momento di sollievo all’interno del claustrofobico viaggio di Zooropa, grazie alla sua soave melodia e all’arrangiamento tradizionale lontano dall’elettronica distopica delle altre composizioni. Il brano, in realtà, si allinea perfettamente con il concept dell’album pur essendo la canzone — insieme a The First Time — ad essere la meno oppressiva dal punto di vista musicale: Stay è osservare senza poter agire, assistere al decadimento senza poter porvi rimedio. Ancora una volta torna prepotente il concetto dell’osservazione già visto in Zooropa, Babyface e Lemon ma qui il tutto parte da una disamina dell’anima in un continuo contrasto tra opposti: invisibile e visibile, infinito e finito, immortalità e morte.

Come ha dichiarato lo stesso The Edge — in un’intervista a VideoMusic nel 1993 — la canzone racconta una storia totalmente slegata dal film. Bono scrisse il testo rifacendosi alla visione di Wenders — angeli che desiderano essere uomini — ma scelse di calare la vicenda in quello che gli U2 stavano cercando di esprimere con lo ZooTv e i due album ad esso collegati, ossia la sensazione di sentirsi controllati, sopraffatti da qualcosa di esterno che ti schiaccia, il farsi del male attraverso la menzogna e l’illusione mediatica per sentirsi vivi. Ed in Stay si vive in un limbo senza vie d’uscita.

“‘Stay (Faraway, So Close)’ è uno dei miei brani preferiti.”

[Bono]

Il testo è scritto dal punto di vista dell’angelo wendersiano descrivendo ciò che egli osserva — proprio come avviene nei film del regista tedesco. Le parole raccontano di un amore impossibile tra un essere celeste e una donna terrena rimandando, analogamente, alla storia di Damiel e Marion nel film Il Cielo Sopra Berlino.

Green light, Seven Eleven/You stop in for a pack of cigarettes/You don’t smoke, don’t even want to/Hey now, check your change” (“Luce verde, Seven Eleven/Ti fermi ed entri per prendere un pacchetto di sigarette/Non fumi, non ne hai nemmeno voglia/Ehi ora, controlla il tuo resto”), l’angelo segue la donna osservando tutti i suoi gesti. Sembrano dettati da un’insicurezza latente. Controvoglia compra delle sigarette pur non fumando e ciò mostra il suo desiderio di fuggire da qualcosa che la sta divorando dall’interno attraverso nuove sensazioni. L’angelo la segue ascoltando i suoi pensieri, vorrebbe interagire (“Controlla il tuo resto“) ma subito dopo si ritrovano già per strada, magari nella grigia Berlino, in silenzio.

I versi che seguono sono i più drammatici, “Dressed up like a car crash/Your wheels are turning but you’re upside down/You say when he hits you, you don’t mind/Because when he hurts you, you feel alive/Hey babe, is that what it is?” (“Vestita come un incidente d’auto/Le tue ruote stanno girando, ma tu sei capovolta/Dici che quando lui ti colpisce, a te non importa/Perché quando ti ferisce, ti senti viva/Ehi bimba, si tratta di questo?”), descrivono le violenze fisiche a cui la donna è soggetta. “Vestita come un incidente d’auto” è un verso molto poetico per descrivere gli ematomi e le ammaccature delle percosse. L’angelo descrive la sua forza nell’andare avanti, “Le tue ruote stanno girando, ma tu sei capovolta“, nonostante il suo animo sia rovesciato da una condizione senza vie di fuga.

La violenza come mezzo per sentirsi viva, l’apatia del vissuto anestetizzata dall’amore malato del compagno. Il dolore viene associato all’esistenza umana, ciò che l’angelo non potrà mai provare e comprendere. Sta qui la poeticità del brano e dei film di Wenders, in questo gioco esistenziale tra chi soffre con la consapevolezza di vivere (gli uomini) e chi non ha mai sofferto e mai lo farà (gli angeli) con la triste consapevolezza di non vivere davvero. Proprio quest’ultima verità pesa nell’animo all’essere celeste che vorrebbe entrare nei pensieri di lei e dimostrare la sua comprensione, “Ehi bimba, si tratta di questo?“, come per dirle che c’è qualcuno che conosce ciò che nasconde dentro di sé. Ma non arriva nessuna risposta.

La malinconica bellezza della storia si manifesta anche nella vicinanza tra i due esseri in questione: una donna che avverte di non esistere — a parte quando il compagno la picchia — e un angelo invisibile, entrambi schiacciati da una condizione che li fa, paradossalmente, essere vicini.

Damiel e Marion dal film “Il Cielo Sopra Berlino”

L’angelo segue ancora la sua amata assistendo al suo risveglio, “Red lights, grey morning/You stumble out of a hole in the ground/A vampire or a victim/It depends on who’s around/You used to stay in to watch the adverts/You could lip synch to the talk shows” (“Luci rosse, mattino grigio/Inciampi uscendo da un buco nella terra/Un vampiro o una vittima/Dipende da chi c’è in giro/Eri solita restare in casa a guardare le pubblicità/Avresti potuto doppiare i talk show”). Affianca il suo destarsi all’uscita da un buco nella terra, descrivendo ancora una volta la difficile situazione in cui versa; la sepoltura vivente è un’immagine forte e descrive perfettamente — con fredda precisione — la solitudine che si prova quando ci si sente morire dentro ma si è costretti a vivere. I due versi seguenti sono un aforisma sulla vita, “Un vampiro o una vittima/Dipende da chi c’è in giro“, sintetizzando come il destino possa portarci a divenire il mostro o la vittima di qualcuno, in base a chi incontreremo sul nostro cammino.

E quì che entra in gioco la tecnologia tanto cara agli U2 degli anni ’90, “Eri solita restare in casa a guardare le pubblicità/Avresti potuto doppiare i talk show“, facendo trasparire il potere alienante della televisione che come una droga allevia le sofferenze quotidiane; ma esattamente come una sostanza stupefacente essa permettere di scappare — quel “correre per rimanere fermi” — attraverso le sue immagini: “With satellite television/You can go anywhere/Miami, New Orleans/London, Belfast and Berlin” (“Con la televisione via satellite/Puoi andare dovunque/Miami, New Orleans/Londra, Belfast e Berlino”) è la fuga tecnologia attraverso i colori e i sorrisi delle pubblicità, lontani dal mondo grigio della realtà. I satelliti sono visti come portali con cui teletrasportarsi ovunque, la libertà è impressa sul telecomando sotto forma di canali e numeri.

La presenza dell’angelo è forte in queste sequenze e i suoi pensieri sfociano in una dichiarazione d’amore destinata a non essere percepita: “And if you look, you look through me/And when you talk, you talk at me/And when I touch you, you don’t feel a thing” (“E se tu guardi, tu guardi attraverso me/E quando parli, tu parli a me/E quando ti tocco, tu non senti nulla”) ed emerge qui tutto il dramma della creatura celeste nella sua impossibilità del “tocco”. E’ solamente un osservatore diretto della fragilità umana, ma non può esserne il rimedio.

If I could stay…/Then the night would give you up/Stay, and the day would keep its trust/Stay, and the night would be enough” (“Se io potessi rimanere/Allora la notte ti lascerebbe in pace/Resta, ed il giorno manterrebbe il suo impegno/Resta, e la notte sarebbe sufficiente”), queste parole sono piene di rammarico poiché l’angelo sa quello che lei non può sapere: lui è consapevole di poter alleviare il suo tormento ma lei lo ignora pur avendolo così vicino. Sono due anime che non si sfiorano mai.

Quel “Così Lontani, Così Vicini” si esprime adesso in tutta la sua candida malinconia.

L’ultima parte della canzone è il vero capolavoro compositivo del cantante irlandese. Bono ha costruito un’immagine talmente potente da esaltare contemporaneamente la bellezza e la tragicità del medesimo gesto.

Three o’clock in the morning
It’s quiet and there’s no one around
Just the bang and the clatter
As an angel runs to ground

Just the bang
And the clatter
As an angel
Hits the ground.

Nei film di Wim Wenders l’angelo deve compiere un balzo nel vuoto per rinunciare alla sua immortalità e divenire, quindi, un essere umano. In sostanza l’angelo deve suicidarsi. Bono ha descritto il suicidio di lei affiancandolo al balzo di lui. Entrambi hanno saltato oltre il ciglio del baratro, ma se da una parte il vuoto rappresenta la speranza — l’angelo divenuto uomo — dall’altro abbiamo la morte della donna e il sollievo della morte. Uno scambio perfetto di ruoli, lui diviene visibile e lei invisibile, con il ciclo della vita che si compie.

Il tutto avviene nella quiete, “Tre in punto del mattino/E’ tranquillo e non c’è nessuno in giro“, quando la vita si ferma e il caos del mondo concede una tregua. In quella stasi lo schianto s’avverte forte e distinto, come l’ultimo colpo cristallino che Larry batte sui piatti avvolto dal silenzio. Quest’accostamento lascia all’ascoltatore una sensazione di disagio proprio perché avverte dentro di sé che non è avvenuto il classico lieto fine. Nel mondo in bianco e nero di Wenders la vita è poesia esattamente come lo è la morte. Il brano possiede una tale poetica proprio grazie alla sua capacità di trasmettere quella visione della vita che ha solo il regista tedesco: non troveremo mai una gioia o un dolore fine a se stesso nelle opere di Wenders ma solo bellezza, incontaminata bellezza per l’esistenza. Sia quando essa si espande, sia quando essa, fiocamente, si spegne.

Sta a noi sperare che da qualche parte nel mondo ci sia un angelo, divenuto “essere”, pronto a soccorrerci, che magari stia già correndo verso di noi con la sua armatura sottobraccio — simbolo dell’immortalità perduta. Ma sin quanto potremo aspettare? Sin quanto potremo andare avanti nel caos del vissuto?

Dipende da chi si ha intorno.

Foto di testata:
Bono sul set del video “Stay (Faraway, So Close)” [Berlino – 1993]
Photo by: ©Kevin Davies

Traduzione da: U2/AncheTu!

3 pensieri riguardo ““Stay (Faraway, So Close)” [1993]

  1. Bel post, complimenti! L’intreccio con i temi di Wenders mi ha particolarmente colpito poiché pure avendo notato l’estraneità del brano dal film, ne percepivo la “vicinanza” senza riuscire a decodificarne il motivo. So close, so faraway è una linea di lettura costante. È una delle canzoni degli U2 che porto sempre con me, dai tempi delle cassette per il Walkman agli mp3 nell’IPod e oggi nello smartphone.
    È finita in un episodio di un racconto tuttora in corso e ogni volta che l’ascolto l’emozione affiora sempre sotto forma di brivido.
    Grazie per averla “raccontata”.

    Mi piace

    1. E’ una di quelle canzoni che hanno dentro un mondo di contrasti, tutto racchiuso dentro una poetica d’altri tempi. Forse il suo fascino sta proprio in questo: riesci a carpire qualcosa che sfugge continuamente, eppure l’avverti. Grazie a te per il tuo prezioso commento.

      Piace a 1 persona

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