“Acrobat” e il ritorno di MacPhisto | eXPERIENCE + iNNOCENCE Tour 2018

Era il 1993 quando un personaggio diabolico calcò per la prima volta il palco degli U2. Si presentò con un elegante vestito di lamé dorato, un bastone al seguito, la faccia dipinta di bianco, portamento tanto nobile quanto viscido, labbra rosse e delle fiere corna sulla testa. Aveva il fare di chi sapeva molte cose, quell’arroganza mista a finta modestia tipica di coloro che conoscono benissimo l’elevatura del proprio rango. Il diavolo ha un ruolo fondamentale in molti ambiti, e ne è cosciente. Egli è il contraltare di quella bilancia morale che oscilla da quando esiste il tempo: è il Male che permette al Bene di essere riconosciuto. Non esiste un Dio senza un Diavolo, o almeno, questo è scritto nelle regole celesti. Ma qui da noi, a livello umano, l’uomo può rifiutare Dio e convivere con la sua controparte.

MacPhisto, nello ZooTv Tour, rappresentava un diavolo edulcorato, un omuncolo viziato che attraverso gli uomini aveva stretto amicizie importanti assimilando i loro comportamenti. I suoi “amici” — Bettino Craxi, Helmut Kohl, Alessandra Mussolini, il Papa, Marie Le Pen, Giulio Andreotti — ricoprivano spesso ruoli di primissima importanza sociale ma, attraverso le telefonate, veniva messa in evidenza la loro contraddizione: il potere risiedeva nelle mani di persone di dubbia moralità, tanto meschine da vendere l’anima al diavolo pur di arrivare in alto. Il teatrino surreale funzionava là dove la realtà veniva sovrapposta alla fantasia: immaginate se il padrone della vostra anima vi chiamasse nel cuore della notte facendovi sobbalzare sul letto, “Ehi, sono io, devi pagare il tuo debito“. Magari, in cuor vostro, speravate che quella telefonata non avvenisse mai, che il vostro benefattore si fosse dimenticato. Non si è poi così tanto (pre)potenti se si è dipendenti di un capo così rigoroso.

Ma il diavolo di Bono aveva anche un risvolto politico ben preciso: in esso si identificava l’ex Unione Sovietica che, all’epoca, si apprestava ad affacciarsi sulla neonata Unione Europea. Il paradosso si aveva quando si andava effettivamente a guardare dentro questi “stati uniti d’Europa” accorgendosi che di “unione” non c’era nulla o quasi. La xenofobia cresceva a ritmi serrati e i nazionalismi, già negli anni ’90, bruciavano nel sottobosco politico dei partiti d’estrema destra e sinistra. Il collasso totale era alle porte e MacPhisto ne rappresentava la venuta, l’esatto opposto  dell’altro personaggio di Bono, la Mosca: quest’ultima, infatti, incarnava la noncuranza dello star-system, “scivolando“, spavalda, “sulla superficie delle cose“; MacPhisto, al contrario, era il risultato dell’inondazione, dove tutto era già stato inghiottito e nulla era sfuggito. E fu dunque in quel momento — alla vigilia di quell’Unione Europea tanto ideale quanto scricchiolante — che il diavolo, un tempo idolatrato in epoche di guerre e massacri, tornava giocoso e sprezzante in un mondo affine ai suoi ideali.

Esattamente 25 anni dopo le premesse di un tempo sembrano aver raggiunto il punto di svolta: in Europa i partiti d’estrema destra sono al potere, la soluzione all’immigrazione sono i muri eretti ai confini degli stati e, dulcis in fundo, il razzismo si è diffuso come un virus di cui si nega l’esistenza. Bono quindi ha deciso di tornare ad impersonare il suo diabolico alter-ego, o meglio, è il diavolo questa volta ad impadronirsi di lui in una sovrapposizione quasi bergmaniana dove l’inconscio si riversa “al di fuori” e mostra ciò che siamo diventati in quest’epoca d’odio crescente.

Per riesumare MacPhisto la band ha immaginato come si potesse essere trasformato un diavolo che, malamente, fu costretto ad un lungo e tormentato letargo. La risposta è quello che possiamo vedere nei concerti dell’eXPERIENCE + iNNOCENCE Tour: il suo volto è emaciato, invecchiato, le rughe solcano lineamenti ora ricurvi, ora spigolosi, la bocca si è quasi deformata in un sorriso macabro e i denti son diventati aguzzi come rasoi. MacPhisto ha sostanzialmente perso la sua forma umana e riemerge dagli inferi risvegliato, improvvisamente, dai tumulti che la razza umana sta attraversando.

A differenza dello ZooTv, però, avviene una sorta di possessione in diretta: Bono si avvicina ad un tablet che, proiettando l’immagine sul maxischermo, fa sì che sembri uno specchio. La sua figura muta improvvisamente in quella di Macphisto mentre, negli Stati Uniti, recita i seguenti versi “Desire, greed, show-offiness, deceit, lust, vanity: all the essentials for a showman like myself. And of course, a licence to just look in the mirror” (“Desiderio, avidità, sfacciataggine, inganno, lussuria, avidità: tutto l’essenziale per un uomo di spettacolo come me. E, naturalmente, una licenza per guardarsi allo specchio”); mentre in Europa recita il verso di Hall of Mirrors brano dei Kraftwerk: “Even the greatest stars discover themselves in the looking glass” (“Anche le più grandi stelle scoprono se stesse allo specchio”). Il diavolo entra in scena come se fossimo davanti ad un film di William Friedkin. L’effetto della continua apparizione e sparizione della faccia diabolica — in realtà non voluto nelle intenzioni iniziali della band — dà il senso della lotta interiore tra Bono ed il suo amico infestante: abbiamo di fronte Jekyll o Hyde? Impossibile stabilirlo, come è impossibile stabilire chi di noi riservi, nel profondo, il germe dell’odio. Notare come la lotta interiore dell‘iNNOCENCE + eXPERIENCE Tour — tra il Bono adulto ed il Bono ragazzo — qui viene sostituita con quella tra Bono e il diavolo. E’ il prezzo dell’esperienza.

Ecco dunque qual è la caratteristica inedita di MacPhisto: non più diavolo tra gli uomini ma diavolo negli uomini. (Per la traduzione e i retroscena del discorso sottostante di Bono andate QUI).

Perché collegare tutto ciò con AcrobatAchtung Baby e Zooropa — proprio come è avvenuto con The Joshua Tree durante il 2017 — son tornati a descrivere l’attuale situazione socio-politica mondiale. Ed è forse un segno del destino che un brano come Acrobat — mai suonato nei tour precedenti — trovi adesso la sua dimensione ideale in questo limbo mentale ed identitario, stretto tra un presente incerto e la paura/speranza di un futuro migliore/peggiore. “Don’t believe what you hear/Don’t believe what you see/If you just close your eyes/You can feel the enemy” (“Non credere a ciò che senti/Non credere a ciò che vedi/Se solo chiudi gli occhi/Puoi sentire il nemico”), sembra la descrizione esatta dei nostri tempi dove la prerogativa delle notizie è la velocità di diffusione più che la veridicità delle stesse.

Il nemico — un tempo identificato nell’uomo di potere — oggi è il vicino di casa, l’amico, il fratello, il padre, la madre. me stesso.  Chi abbraccia la paura per lo straniero? Chi diffonde la bugia spacciandola per verità? Non lo sappiamo. “When I first met you girl/You had fire in your soul/What happened your face/Of melting in snow?” (“La prima volta che t’incontrai ragazza/Avevi il fuoco nell’anima/Cosa è successo al tuo volto/Di neve sciolta?”) I nostri volti si deformano come divorati da un cancro invisibile somigliando alla faccia raccapricciante di MacPhisto; come nel video di Get Out Of Your Own Way a breve potremo osservare membri del Ku Klux Klan accompagnare i figli a scuola, prendere l’autobus per andare al lavoro o dirigere un’azienda. La paura non spaventa più, al contrario viene accolta come stile di vita, legittimata, accettata, tramandata. “E’ quando credete che io non esista, che svolgo il mio lavoro migliore“, confessa il mefistofelico alter-ego di Bono.

Non è un caso che gli U2 abbiano scelto il “Discorso all’Umanità” di Charlie Chaplin — estratto dal film-capolavoro Il Grande Dittatore del 1940 — come apertura dei concerti europei. Molte persone, soprattutto negli ultimi anni, etichettano tale discorso come irrealizzabile, sintetizzando il suo significato in “mera accozzaglia di sogni irraggiungibili“. In una parola, utopico.

Utopia è una parola che nel corso degli anni ha assunto un valore negativo identificando obiettivi fumosi. Viviamo in un mondo di utopie là dove la violenza ed il pregiudizio sono le uniche certezze; ma non era forse un’utopia l’Unione Europea nel 1945? Non era forse un’utopia il crollo del Muro di Berlino prima del 1989? Non erano forse utopie l’idea stessa di una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del Diritto di Voto, della Libertà di Stampa o, solamente, della Libertà di Pensiero in epoche avverse dominate dalle dittature più oppressive? Non è, dunque, l’idea ad essere utopica, è la volontà dell’uomo ad esserlo in determinati contesti storici. Il regista Stanley diceva: “Non sono mai stato sicuro che la morale della storia di Icaro dovesse essere: ‘Non tentare di volare troppo in alto’, come viene intesa in genere, e mi sono chiesto se non si potesse interpretarla invece in un modo diverso: ‘Dimentica la cera e le piume, e costruisci ali più solide’“. E’ esattamente quello che Bono vorrebbe inculcare ai giovani d’oggi.

Acrobat è divenuta una sorte di “ode al sogno infranto” dove il “non lasciare che i bastardi ti schiaccino” va oltre al suo significato più individuale: non è più un’esortazione personale a combattere gli ostacoli della vita, diventa piuttosto un “costruite ideali più forti” allorquando l’arroganza di certi uomini sembra far vacillare la nostra idea di libertà. Il sogno è il primo atto rivoluzionario che scardina le barriere dell’oppressione, è lì, nel sogno, che si inizia a prendere coscienza del “non voler” piuttosto del chinarsi al “devi“; non a caso Bono cita Delmore Schwartz con il verso “In Dreams begin Responsibilities” (“Nei sogni iniziano le responsabilità“).

Ma in questi tempi di forte incertezza è arduo costruire una solida idea di coesistenza. E se Manzoni diceva che “la storia insegna che la storia non insegna nulla” siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di come l’uomo ricada sempre sui suoi stessi errori, in una continua ruota di spiacevoli eventi che puntualmente ritornano a galla.

Errare è umano, perseverare è diabolico“, sembra suggerire un rinvigorito MacPhisto.

Nella foto di testata:
Bono e MacPhisto [Montreal – 05/06/2018]
foto di: ©Reinier Piening
VIA: U2Start.com

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