“Festival Against Racism” – Il discorso di Bono contro il nazifascismo

Il 30 e 31 gennaio 1993 Bono e The Edge furono invitati dall’attrice Vanessa Redgrave a prendere parte al “Festival Against Racism” tenutosi ad Amburgo presso il Thalia Theatre. L’evento era composto da una conferenza stampa, un concerto, un’esibizione teatrale e un dibattito sull’antirazzismo.

Gli altri due membri della band, Larry e Adam, rimasero negli Stati Uniti d’America poiché pochi giorni prima, il 20 gennaio, si erano esibiti alla festa organizzata dal neo-presidente Bill Clinton. Insieme agli amici Michael Stipe e Mike Mills dei REM formarono il super-gruppo Automatic Baby — dall’unione dei titoli degli album Achtung Baby e Automatic for the People — e per l’occasione eseguirono One.

Locandina dell’opera “The Black Rider”

Ad Amburgo, invece, Bono e The Edge assistettero all’opera teatrale Il Cavaliere Nero basata sul racconto folkloristico di stampo tedesco Der Freischütz, e curata dal musicista Tom Waits e dallo scrittore William S. Burroughs. Il cantante rimase ammaliato da un personaggio in particolare, Pegleg, un diavolo pesantemente influenzato dall’espressionismo tedesco degli anni ’30: un cabarettista mefistofelico che incanta, seduce, spaventa, schernisce e affascina. MacPhisto nacque nella testa di Bono proprio quella sera. L’opera teatrale si concludeva con Pegleg che, da solo sul palco, intonava una canzone scritta da Tom Waits. Un forte richiamo a quello che sarà il finale dei concerti dello Zooropa Tour.

Il 31 gennaio anche The Edge e Bono – come i rispettivi compagni dall’altra parte dell’oceano — eseguirono One. Per l’occasione i due musicisti irlandesi furono affiancati dal violinista indiano Lakshminarayana Shankar. Quest’ultimo tornerà ad esibirsi con la band di Dublino al Wembley Stadium di Londra, il 12 agosto dello stesso anno.

Ma l’evento che reputo davvero interessante è avvenuto il giorno prima, il 30 gennaio. In occasione del dibattito sull’antirazzismo Bono tenne un discorso pubblico di cinque minuti che può essere considerato non solo il nitido manifesto di ciò che il cantante irlandese ha sempre voluto rappresentare attraverso la musica e il suo l’impegno socio-politico, ma, in generale, rappresenta il manifesto del ruolo dell’artista. Politica e arte non possono scindersi, e anzi, devono coesistere, influenzarsi, unirsi e comunicare. MacPhisto ne è l’esempio lampante.

Le parole che tra poco leggerete colpiscono per due motivi. Prima di tutto la loro bellezza: in esse scorgiamo un ritratto cristallino dell’idealismo di Bono, idealismo che viene contaminato tutt’ora da tutta la cultura a lui più cara. In secondo luogo è da notare l’attualità dei contenuti: se per un attimo scordassimo che stiamo leggendo un discorso tenutosi nel 1993, ci sembrerebbe di leggere un pensiero partorito oggi. In esso si assiste ad una lucida analisi di ciò che è il fascismo, del perché l’estrema destra stia tornando prepotentemente al potere e di come si insinui nei vuoti istituzionali.

Personalmente reputo che sia estremamente necessario e mio dovere — in quanto fan di questa band e antifascista — diffondere questo intervento di Bono, perché queste parole sono uno schiaffo nobile e acuto sulla guancia di tutti quelli che criticano l’impegno politico degli artisti.

E reputo, altresì, che sia fondamentale diffonderlo proprio adesso, in questa fase così delicata che l’Europa e il mondo intero stanno attraversando. Il motivo lo dice lo stesso cantante: “[…] perché sebbene sia una buona cosa combattere le tenebre con la luce, è bene anche rendere la luce più luminosa“. Buona lettura.

«Siamo qui riuniti non solo perché siamo antifascisti, non solo perché siamo in maggioranza europei, ma perché, in qualità di artisti, cineasti e scrittori, lavoriamo tutti nel campo dell’immaginario, e io so che questa è la nostra arma migliore. Io vi dico che se a questo rinascere dell’estrema destra nell’arte e negli altri campi della vita verrà consentito di prendere piede, sarà stato anche e soprattutto colpa nostra. L’incapacità di porci nei panni altrui è l’elemento base dell’intolleranza; nel romanzo The Book Of Evidence, dello scrittore irlandese John Banville, il protagonista, un assassino, confessa l’imperdonabile crimine consistente nel non essere riuscito a immaginare cosa volesse dire essere la vittima. Ho potuto ucciderla, egli dice, perché per me ella non era viva. Se vogliamo sfidare l’odio, è necessaria una fervida immaginazione. Come sopravvissuti all’Olocausto, sia Hannah Arendt che Primo Levi ci hanno implorato di raccontare le nostre storie; noi dobbiamo farlo, e non solo per rendere veri gli oppressori e gli oppressi, non solo per distruggere l’idea della divisione… non solo per non dimenticare! Noi raccontiamo le nostre storie per dare corpo a nuove idee e per esprimerle, proprio come ha fatto la compagnia del Thalia Theatre, per centocinquanta anni e con ammirevole ingegno e stile. A loro, io rivolgo il mio grazie.

Noi abbiamo bisogno di dipingere dei quadri e di vederli in movimento; sto pesando alle nature morte di Helmut Herzfeld, che cambiò il proprio nome in John Heartfield per protesta contro i nazisti. Sto pensando ai dadaisti berlinesi, che col loro movimento riuscirono a sbottonare e far calare i calzoni inamidati dei fascisti, rivelandoli per quello che erano: delle autentiche – dolorosamente autentiche – teste di cazzo! Accanto al veleno, però, c’è sempre l’antidoto: sto pensando all’humour nero di Günter Grass e del suo Il Richiamo del Rospo o al film di Volker Schlöndorff Il Tamburo di Latta, anch’esso tratto da un racconto di Grass. Per il titolo del nostro ultimo album, Achtung Baby, ci siamo ispirati a un film di Mel Brooks, intitolato The Producers. In esso viene messo in scena un bizzarro musical, nel corso del quale un ufficiale delle S.S. viene accolto col saluto Achtung, baby!, al quale egli replica: Der Führer mai affrebbe detto baby, nein! È vero: il Führer non avrebbe mai detto baby. Noi siamo scrittori, artisti, attori, scienziati; vorrei che fossimo tutti dei comici, perché probabilmente faremmo più effetto. Fatti beffe del Diavolo, ed egli fuggirà; ma se lo temi, presto lo adorerai. Penso che tutto questo si riassuma in una sola parola: immaginazione; raccontare le nostre storie, metterle in scena, dipingere immagini, ferme o in movimento, ma soprattutto fare intravedere un diverso modo di essere. Per quanto abbiamo bisogno di descrivere il mondo nel quale viviamo, infatti, abbiamo anche bisogno di sognare il mondo nel quale vorremmo vivere. Nel caso di una band rock’n’roll, questo significa sognare ad alta voce, con la manopola del volume fissa sul dieci, e questo perché ci siamo addormentati, cullati dalle comodità derivanti dalla nostra libertà.

Per alcuni di noi, il rock’n’roll è una specie di suoneria, che però ci sveglia per farci sognare! Mi ha impedito di diventare cinico in tempi assai cinici, e per certo è il cinismo che abbiamo ereditato dal pensiero politico ed economico che pervade il mondo in cui viviamo che contribuisce a rendere così disperati questi anni Novanta.
I fascisti, perlomeno, si rendono conto del vuoto del potere, e il loro ideale di leadership, falsamente forte, è una reazione a una totale mancanza di leadership; la loro analisi sociale semplicistica e razzista di ciò che affligge la nostra economia e del problema della disoccupazione è una reazione al linguaggio astruso dei nostri governi, che neanche i più brillanti fra noi riescono a comprendere.

L’obiettivo del fascismo è il controllo, e i fascisti sanno una cosa che noi non siano disposti ad ammettere, e cioè che le cose sono sfuggite a ogni controllo. Abbiamo dato inizio a questo secolo con tante belle e diverse idee su come avremmo potuto vivere assieme, e ora che esso sta per terminare, ce ne sono rimaste pochissime.
Il maschilismo – perché di questo si tratta – della nuova Destra ha molto a che fare con l’impotenza di un elettorato che sembra ritenere di avere una sola possibile scelta, e con una società consumistica che sembra equiparare la virilità al potere economico. La virilità è un concetto ambiguo, che i nazisti hanno distorto ma reso accessibile: non dovremmo sottovalutare questo aspetto. I fascisti si nutrono della cultura giovanile, e se vogliamo vincerli dobbiamo capire in cosa consiste il loro fascino e in cosa consiste il nostro; i neonazisti sembrano possedere una sorta di perverso idealismo: a noi, quali ideali sono rimasti? Quali sono le nostre posizioni, dal punto di vista politico, economico e spirituale? Non lo so, ma so che nei libri di storia è la democrazia a rappresentare l’eccezione alla regola. La democrazia è qualcosa di fragile, che i Greci hanno inventato senza mai riuscire a mettere realmente in pratica; il concetto giudaico-cristiano secondo il quale tutti gli uomini sono uguali agli occhi di Dio è scomparso praticamente ovunque. Ha sollevato la sua strana testa. Ovviamente, questo non è un problema dei tedeschi; infatti, essi sono un popolo che, negli ultimi sessant’anni, è sopravvissuto non a uno, ma a ben due regimi totalitari. Le migliaia di persone che, lo scorso mese, hanno preso parte alle fiaccolate che si sono tenute un po’ ovunque hanno inviato a tutti noi un messaggio che diceva: La Germania non lascerà che accada nuovamente! Perché ciò possa essere, però, è necessario il nostro sostegno, perché sebbene sia una buona cosa combattere le tenebre con la luce, è bene anche rendere la luce più luminosa.

Vorrei ringraziare Vanessa Redgrave per averci invitato, e voi tutti per avermi ascoltato.
Buona notte.»¹*

– Bono (Amburgo, 30 gennaio 1993)

Immagine di testata: ©Paul Bergen
¹ B. Flanagan, “Gli U2 alla fine del mondo” [1996]
*i corsivi e i grassetti sono dell’autore.

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