11 settembre 2001: quando gli U2 “ricostruirono” gli Stati Uniti d’America

Quando avvennero gli attacchi terroristici dell’11 settembre 2001, gli U2 si apprestavano ad iniziare la terza leg dell’Elevation Tour in Nord America. Lo shock provocato da quelle immagini aveva sconvolto tutti, band compresa, e il mondo aveva deciso di fermarsi. Furono molti gli artisti e le band che annullarono tour e concerti. L’America si ritrovò isolata e per la prima volta fu avvolta da un silenzio spettrale. Paul McGuinness, insieme ai suoi ragazzi, decise di mettere comunque in vendita i biglietti per i rimanenti show del tour: andarono tutti esauriti.

Volevamo essere negli Stati Uniti“, ricorda Larry Mullen, “era lì il nostro posto“; ed in effetti i concerti americani si trasformarono in qualcosa di totalmente diverso rispetto agli show delle prime due leg: le canzoni — anche quelle degli album storici — assunsero nuove sfumature, nuovi significati, fungendo da appigli per i fan. “‘Sunday Bloody Sunday’, ‘New Year’s Day’, tutte le canzoni sembravano avere un significato diverso, il pubblico ha riso e pianto allo stesso tempo. È stata un’esperienza straordinaria”, ricorda ancora il batterista.

L’album All That You Can’t Leave Behind si trasformò completamente nel significato e nella percezione da parte dei cittadini statunitensi, diventando, improvvisamente, un vero e proprio simbolo di rinascita: le radio lo trasmettevano a ripetizione, le canzoni in esso contenute tutt’oggi vengono ricordate come la colonna sonora della ricostruzione dell’identità americana. Ma fu Walk On, in particolare, a ricoprire un ruolo di primo piano: essa fu usata da MTV come sottofondo per uno spot che — nei giorni immediatamente successivi agli attacchi — fu trasmesso continuamente sui suoi canali. In esso si documentava la devastazione intorno al World Trade Center ma, soprattutto, la mobilitazione generale da parte di cittadini comuni, autorità ed enti.

Gli U2 furono la prima band ad esibirsi a New York dopo la paura folle che invase la città, con tre date indimenticabili al Madison Square Garden.

Il video sottostante è quello relativo al concerto del 27 ottobre 2001 quando, a fine concerto, salirono sul palco i vigili del fuoco, gli eroi dell’11 settembre, persone che avevano perso colleghi, familiari e amici. Bono ricorda che uno di loro, prendendo il microfono, disse: “New York, sai dove trovarci se ne avrai bisogno, basta chiamare il 911“. Ironia della sorte il numero d’emergenza era la data degli attacchi, 9/11.

Durante ‘Where The Streets Have No Name’ le luci si accesero“, ricorda il cantante, “e ci saranno state diecimila persone con il volto in lacrime. Io dissi loro che erano bellissimi, verso che poi venne usato in ‘City of Blinding Lights‘”.

Uno dei momenti più magici, commoventi e potenti dell’intera carriera della band di Dublino è legato proprio all’11 settembre. Il 3 febbraio 2002 gli U2 si esibirono durante il tradizionale spettacolo del Superbowl a New Orleans, il primo ad essere organizzato dopo i tremendi attacchi. Tutta l’America – e il mondo intero – aveva gli occhi puntati su quell’evento.

Durante la conferenza stampa del 30 gennaio lo stesso Bono sottolineò l’importanza di essere lì: “L’intero anno che noi abbiamo passato qui, negli Stati Uniti, è stato davvero straordinario. Intendo dire che non sei mai l’autore del tuo successo: il destino ha fatto sì che il nostro album prendesse piede cambiando il significato di quelle canzoni. […] Se una canzone è davvero buona, tu stesso non puoi sapere dove arriverà. Credo che dopo l’11 settembre il nostro album abbia significato molto per quelle persone che non sono fan degli U2. Questo è davvero speciale per noi. Penso che sia giusto essere qui al Superbowl, e avere la consapevolezza che questo è davvero il cuore dell’America.”

La band suonò tre canzoni: Beautiful Day, MLK e Where The Streets Have No Name. Quest’ultime due vennero pensate come un sincero tributo a tutte quelle persone che persero la vita durante gli attentati. MLK smorzò l’atmosfera di festa di Beautiful Day facendo calare sull’intero Superdome un silenzio catartico: alle spalle della band un lungo telone venne srotolato e su di esso furono proiettati i nomi delle vittime. Un momento che poteva costare caro alla band, esattamente come ricorda Adam Clayton: “Le ferite erano ancora aperte, e un pubblico deve davvero fidarsi di te per lasciarti toccare certi tasti. Ma loro lo fecero, si fidarono di noi e ci vennero dietro.

Il pubblico, ancora una volta, si fidò dei loro amici irlandesi. In quella performance di Where The Streets Have No Name c’è tutto: la compassione, la solidarietà, le lacrime, la gioa, la vicinanza dei popoli, la tenacia, la commemorazione, l’abbandono, la voglia di vivere e di urlare. Ed è incredibile come degli irlandesi — popolo per secoli sfruttato e maltrattato dagli americani — siano riusciti ad affiancare e sostenere una nazione così imponente ma ferita a morte. E’ proprio il caso di dirlo, The Hands That (Re)Build America. Le mani e i cuori che costruirono originariamente gli Stati Uniti e che li risollevarono dopo l’11 settembre furono della stessa origine: irlandese.

Voglio però ricordare un altro concerto anch’esso molto importante. A Baltimore, il 19 ottobre 2001, debuttò in scaletta Please che non veniva eseguita dall’ultimo concerto del PopMart Tour. La particolarità di questa esecuzione è che venne suonata in versione full-band. Non capiterà mai più. Dal concerto successivo, infatti, fu suonata solamente in acustico.

Bono introdusse il brano con un discorso rivolto ad Osama Bin Laden: “Questa è una canzone che parla del fanatismo politico, dei pazzi religiosi… Rimango sempre stupito quando vediamo come l’uomo possa rifare Dio a sua immagine, rimango sempre stupito di come l’uomo voglia ridurre Dio alle sue stesse dimensioni. Meschino, piccolo, avido… questa è per… sapete per chi è. Dio è amore. Dio è più grande di noi. Non abbiamo suonato questa canzone… per molto tempo. Quindi silenzio ora… silenzio ora…

Pur avendo delle sbavature, la performance fu molto toccante e potente. Please assunse anch’essa un significato del tutto nuovo: fu il brano di denuncia contro il fanatismo religioso e molte volte il cantante irlandese, nell’introdurla, citò direttamente Osama Bin Laden condannando la sua visione di Dio.

Stranamente, il tour degli U2 è diventato una specie di simbolo di ciò che era l’America“, ricorda Paul McGuinness. “Gli spettacoli dopo l’11 settembre avevano un carattere completamente diverso, furono trasformati da ciò che era accaduto. […] Quegli spettacoli erano come cerimonie religiose e favolosi show rock’n’roll. Una straordinaria corrente di energia e sentimento passava attraverso la band e attraverso il pubblico. La gente vive indirettamente attraverso quelle canzoni e attraverso chi le suona, e questo è diventato abbastanza esplicito nei mesi successivi all’attacco delle Torri Gemelle. È stato affascinante assistere a tutto. Notte dopo notte, vedevi le canzoni improvvisamente trasformate e cariche di nuovi significati.

Se l’11 settembre viene sempre ricordato come il giorno in cui il fanatismo religioso toccò l’apice nella sua delirante missione, gli U2 lo trasformarono in un inno alla solidarietà umana. Ciò che rappresentò la band in quelle settimane fu qualcosa che in molti non credevano esistesse più. Gli attentati avevano gettato gli Stati Uniti in un vortice di paura e disperazione. Una band disse loro di non mollare.

And love is not the easy thing
The only baggage you can bring
Is all that you can’t leave behind
Walk on, walk on.

Immagine di testata:
©Frank Micelotta Archive

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