Atto III: “California (There Is No End to Love)”

Nell’immagine di testata: Bono all’US Festival di Devore [California – 1983]

“Non ti ho chiamato
le parole possono spaventare un pensiero fino a farlo fuggire
ognuno è una stella nella nostra città
è che la tua luce diventa sempre più fioca se devi stare
nella tua camera da letto
in uno specchio
guardandoti piangere come un bambino…”
[California (There Is No End to Love)]

Nel corso di tutti questi anni, gli U2 ci hanno abituato a saper riconoscere la loro musica “cinematica”, ossia una musica che rievoca un luogo e che ha la capacità di trasportarvici, come una sorta di flusso di coscienza primordiale, facendoci immergere in quei posti con le loro bellezze e contraddizioni. Bono è sempre stato affascinato dai luoghi in cui ha vissuto o che visitò con la band, riuscendo a percepirne le atmosfere e rimanendone influenzato nell’animo e nello spirito: possiamo pensare al deserto di Joshua Tree o la Berlino di Achtung Baby nel periodo maturo della band.

Ma prima della Death Valley e della Berlino post-1989, c’è un altro luogo che fu d’ispirazione per i giovani U2, i quattro ragazzi della periferia di Dublino che si spingevano con occhi curiosi e pieni di energia al mondo della musica e dello show-business: la California. Essa per Bono rappresentava l’America: la meta irraggiungibile, il luogo fantastico che si vedeva nei film in tv negli anni’70, che beveva attraverso la Coca-Cola, l’America dei Beach Boys, dei Ramones, di Bob Dylan e di Johnny Cash.

Dopo aver ottenuto un contratto discografico con la Island Record (che all’epoca era in fallimento e famosa solo per essere la casa discografica di Bob Marley), gli U2 registrarono il loro primo album Boy nel 1980 subito seguito da un lunghissimo tour, tutt’ora il più lungo mai fatto dalla band a pari merito con lo ZooTv Tour del 1992 (entrambi i tour contano 157 live).

Proprio durante il Boy Tour (massacrato dai giornalisti dell’epoca) gli U2 misero piede per la prima volta in America per volere del loro manager storico Paul McGuinness. A tal proposito ricorda Bono: “Paul ci riempiva la testa con l’America. Aveva acutamente capito che le rock band in senso classico – i Beatles, i Rolling Stones e gli Who – erano ormai fuori moda in Europa ma ancora adorate in America. Gli U2 non scrivevano singoli pop e quindi, secondo Paul, sarebbe stato più facile per noi essere trasmessi nelle radio dei college statunitensi che in Gran Bretagna su Radio 1. Fece quindi avere delle copie in anticipo del nostro album a diverse emittenti universitarie e loro se ne innamorarono. Forti di quello, partimmo per l’America.”

La giovane band tenne molti concerti sulla costa orientale americana per poi tornare in Europa per il proseguo del tour. Ritornarono in America per altri tre mesi nel 1981 e, proprio durante questa ultima leg, suonarono per la prima volta sulla costa occidentale. Ricorda Larry: “La costa orientale degli Stati Uniti ha un’atmosfera un pò europea, c’è la comunità irlandese, il clima non è molto diverso da quello che c’è a casa nostra, perciò fu facile ambientarsi. La costa occidentale ci sembrò un mondo a parte. Faceva caldissimo, e la gente dell’industria musicale che incontrammo aveva un modo di fare tutto diverso. Tutti erano abbronzati e avevano un’aria inverosimilmente sana. Parlavano un sacco di piscine e di ragazze“.

La California, agli occhi di quattro ragazzi della periferia operaia di Dublino, appariva come un mondo esagerato dominato dalle belle donne, dalla droga e dal successo. Ma quello che più importava era essere lì, avercela fatta. Per Bono tutto appariva come una conquista: il sole scintillante sul Pacifico, i suoi raggi arancioni, il caldo asfissiante, il colore accecante del mare e delle spiagge inondate di sole, erano gli elementi che aveva sempre sognato di sentire sulla sua pelle poichè significava che era davvero lì. Scrive Bono in U2byU2: “Ricordo che durante una tempesta elettrica pensai: ‘Tutto qui è esagerato. Il cielo è più grande, le intemperie sono più violente.’ Avevamo qualche giorno libero, così andammo in spiaggia e rimanemmo lì senza abbronzarci nè fare surf“.

Il primo concerto che gli U2 tennero in California fu a San Diego il 14 Marzo 1981, ma quello che più ci interessa è il concerto tenuto a San Francisco il 15 Maggio dello stesso anno poichè fu documentato con riprese video, facendoci così apprezzare sia la padronanza scenica dei primi anni degli U2, sia i problemi tecnici di un’organizzazione ancora da perfezionarsi (l’impianto di illuminazione diede problemi già a inizio concerto, per poi guastarsi del tutto durante Twilight lasciando i musicisti al buio sino alla fine del live. Bono mise però in mostra la sua capacità di improvvisazione invitando gli spettatori a fare luce con gli accendini. La crew, infine, ebbe l’idea di illuminare i membri degli U2 con delle torce tascabili per tutta la durata dello spettacolo).

La terza traccia di Songs of innocence, quindi, non è altro che “il diario di bordo” dei giovani U2 in pellegrinaggio verso l’America degli anni ’80. La canzone è costruita proprio come se fosse un album fotografico dove, man mano che andiamo a sfogliarlo, possiamo osservare le istantanee dei luoghi su cui si posarono gli occhi di Bono, Edge, Adam e Larry.

Il brano inizia con un coro chiaramente alla Beach Boys che, con un effetto tremolo e dei suoni di campane in lontananza, ricrea un ambiente mistico, quasi d’adorazione, ove è possibile immaginarsi davvero gli U2 camminare per le strade di Santa Barbara. La canzone poi esplode, ancora una volta un ritmo scandito dalle schitarrate di Edge tiene alta la tensione, Adam e Larry costruiscono un groove vivace accompagnato da molte rullate che velocizzano il tutto rendendo l’atmosfera spensierata e frizzante con un Bono che esordisce così “California/e poi cademmo nel mare splendente” che sintetizza perfettamente lo stato d’animo di un ragazzo messo di fronte all’emozione di trovarsi nei luoghi da sempre sognati.

Ma la strofa più bella, per me, dell’intera canzone è: “Non ti ho chiamato/le parole possono spaventare un pensiero fino a farlo fuggire/ognuno è una stella nella nostra città/è che la tua luce diventa sempre più fioca se devi stare/nella tua camera da letto/in uno specchio/guardandoti piangere come un bambino“. Questi versi rappresentano, come una sorta di flashback, quello che Bono provava a Dublino pochissimi anni prima, blindato nella sua Cedarwood Road, prigioniero di una città senza futuro dove l’unica cosa da fare era fuggire il più lontano possibile, magari proprio in California, magari per smettere di piangere davanti allo specchio. Si era creato un guscio, una convinzione che la sua vita dovesse andare per sempre così con quell’elemento fondamentale, il dolore, che lo avrebbe accompagnato ovunque “Ho visto che per me/non c’è fine al dolore/Questo è come so [che vanno le cose]“.

Bono, ancor prima di entrare nella band, era già molto conosciuto nell’ambiente dublinese per via del suo carattere estroverso e la sua mania nel cambiare pettinatura ogni giorno. Si definiva un punkettaro e, come molti giovani della sua epoca, riponeva nella musica la sua speranza. Tutti i “grandi” che avevano a che fare con lui, da suo padre agli insegnanti della Mount Temple School, lo ritenevano un buono a nulla, un ragazzo scostante, violento, con l’incapacità di perseguire un obiettivo.

Chissà cosa avrà pensato Bono una volta seduto a Zuma, con i raggi del sole californiano negli occhi, la sua band di fianco, un contratto discografico in tasca e grandi progetti per il futuro; progetti come sposare da lì a poco Alison Stewart che diverrà sua moglie sino ad oggi, conquistare l’America con il mitico concerto di Red Rocks e poi, beh, sappiamo tutti come è andata. Ma quella California è rimasta da sempre nei cuori degli U2, e di Bono nello specifico, come il luogo dove tutto iniziò a cambiare, dove capì che “Tutto ciò che so e che ho bisogno di sapere è che non c’è fine all’amore“.

“California (non c’e’ fine all’amore)”

“Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara
Barbara, Santa Barbara

California, poi cademmo nel mare splendente
il peso che trascina il tuo cuore giù
beh questo è ciò che mi ha portato dove ho bisogno di essere
cioè qui
fuori su Zuma
guardandoti piangere come un bambino
California, all’alba che non pensavi sarebbe mai giunta
invece lo ha fatto
come è sempre stato

Tutto ciò che so
e tutto ciò che ho bisogno di sapere è che non c’è fine all’amore

Non ti ho chiamato
le parole possono spaventare un pensiero fino a farlo fuggire
ognuno è una stella nella nostra città
è che la tua luce diventa sempre più fioca se devi stare
nella tua camera da letto
in uno specchio
guardandoti piangere come un bambino
California, tramonto arancio sanguigno ti fa cadere in ginocchio
ho visto che per me
non c’è fine al dolore
Questo è come so [che vanno le cose]
Questo è come so [che vanno le cose]
E perché ho bisogno di sapere che non c’è fine all’amore
Tutto ciò che so e che ho bisogno di sapere è che non c’è fine all’amore

Tutto ciò che so
E tutto ciò che ho bisogno di sapere è che non c’è fine all’amore
Veniamo e andiamo
I giorni rubati non me li restituisci
I giorni rubati sono già abbastanza”

Words by: Bono and The Edge
Music by: U2
Produced by: Declan Gaffney, Paul Epworth and Danger Mouse
Traduzione da: U2/Anche Tu!

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