Atto V: “Iris (Hold me close)”


“Dal momento in cui nasciamo, iniziamo a dimenticare
la vera ragione per cui siamo venuti
ma tu
sono sicuro che ti ho incontrata
molto prima della notte, le stelle si spensero
ci incontreremo ancora…”
[“Iris (Hold me close)”]

Bono: «[…] Due dei miei migliori amici, Gavin e Guggi, sono stati maltrattati dai loro padri molto più di quanto abbia fatto il mio. Tutti e tre siamo cresciuti in Cedarwood Road: adesso Guggi fa il pittore, Gavin è bravissimo a scrivere pezzi di “nouveau cabaret” e colonne sonore. Ma ciò che ci ha resi diversi è che probabilmente loro si sottraevano ai rimproveri dei loro padri rifugiandosi nelle braccia della madre. Cosa che avrei fatto anch’io, ma mia madre non c’era più. Così cresceva la tensione e, ripensandoci, anche la rabbia.»
Assayas: «Rabbia per cosa ?»
Bono: «Per il vuoto…una casa vuota…la solitudine. Perché mi rendevo conto che avevo bisogno delle persone.»¹

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La famiglia Hewson in vacanza. Da sinistra: Bono, Iris, Bob e Norman.

Era il 10 Settembre del 1974: Iris Hewson — moglie di Bob Hewson e madre di Norman e Paul — morì in seguito ad un’emorragia celebrale che sopraggiunse poco dopo il funerale di suo padre al cimitero militare di Blackhorse Avenue a Dublino. Paul, un ragazzetto di 14 anni, fu devastato da questa vicenda e ancora oggi, che il suo nome è diventato per tutti Bono ed è una star internazionale, confessa che trova difficile parlare di Iris e ricordare i lineamenti del suo volto. Ma una cosa gli è sempre rimasta chiara in mente: Iris ha fatto di lui l’uomo che è oggi.

In seguito alla sua morte, in casa Hewson calò un silenzio rumorosissimo: è tipico, nel carattere e nella tradizione irlandese, non parlare più del defunto, di qualsiasi grado di parentela esso sia. Il peso di tale silenzio gravò sul cuore del piccolo Bono come un macigno, un enorme masso irremovibile che gli sfondava il petto, e che gli permetteva di respirare appena. Anni dopo Gavin Friday raccontò: “Non ho dubbi sul fatto che desiderasse stare vicino a mia madre più di quanto desiderasse me“. Bono diventò un ragazzo irrequieto, potevi vederlo fare avanti e indietro sulla Cedarwood Road in perenne pellegrinaggio da una casa all’altra, da un amico ad un altro, in cerca di affetto e compagnia. Voleva evitare di tornare a casa Hewson, una casa abitata oramai da soli tre uomini, dove suo padre, Bob, trattava i loro figli con una durezza soffocante e suo fratello, Norman, aveva in qualche modo preso coscienza di dover badare al piccolo Paul e alle faccende domestiche.

Assayas: «Ma quando tua madre è morta sono sicuro che [Norman] ti ha sostenuto. Ormai aveva vent’anni.»
Bono: «E’ un grande. Mio fratello non sa dire bugie. Allora cercava di fare del suo meglio. Ricordo una volta che facemmo una gran litigata e io gli lanciai un coltello. (Ride) Non lo tirai per ammazzarlo, solo per spaventarlo. Si conficcò nella porta: boing! Lui lo guardò, io lo guardai. E capii: non volevo, ma avrei potuto ucciderlo. Entrambi piangemmo e ammettemmo che eravamo arrabbiati perché non sapevamo come elaborate il lutto, vedi. Perchè mia madre non veniva mai nominata.»
Assayas: «Mai?»
Bono: «Già. Dopo la sua morte mio padre non ne parlò. Perciò l’argomento non veniva mai sollevato. Ecco perchè non ho ricordi di mia madre, ed è strano.»²

Quando, nel 1976, Bono conobbe Ali ed entrò nella band (ne parlo qui), egli trovò sia una persona con cui poter parlare e aprire il suo animo tormentato, sia dei ragazzi con cui fare musica e sfogare la sua rabbia verso un mondo che improvvisamente divenne nero e oscuro. A tal proposito Bono ricorda: “La nostra prima prova fu a casa di Larry. Eravamo tutti là, in piedi, eravamo sei. Già allora fuori della casa c’erano le ragazze che urlavano per Larry. Aveva quattordici anni, credo. Ricordo che puntò loro addosso la canna dell’acqua e gridò: ‘Andate via! Lasciatemi in pace! Shhh!’ Lo fa ancora. Ma non andavo molto spesso a casa di Larry. Ci andavamo per le prove. Alla fine trovammo una sala prove. Stranamente, vicino al cimitero dov’era sepolta mia madre. Una pura coincidenza. Una casetta gialla accanto a un cimitero…“³

Il primo singolo degli U2, Another Day, fu proprio incentrato su Iris non solo per le liriche ma anche per il disegno che figura sulla copertina del singolo totalmente eseguito dal pugno di Bono. Seguì “I Will Follow”, nel 1980, primo vero successo della band e brano che apre il primo album degli U2, Boy. Fu un biglietto da visita amaro verso il mondo musicale: pur avendo un ritmo calzante e una melodia apparentemente allegra, il brano parla di come Bono volesse seguire la madre Iris nel suo viaggio ultraterreno mettendo fine alla sua vita. Molte volte il cantante irlandese ha parlato del suicidio nelle sue canzoni (possiamo velocemente ricordare “A day without a me” o “Exit”) ma qui è l’unica volta, nella lunga carriera degli U2, dove il suicidio sia rivolto verso se stesso come volontà, come scappatoia e liberazione dal dolore.

Nel susseguirsi degli anni sono molte le canzoni che Bono dedicò, mai in maniera esplicita, a sua madre Iris: Tomorrow, titolo in contrapposizione a Yesterday dei Beatles, canzone, quest’ultima, dedicata da Paul McCartney a sua madre; Walk to the water — dove Bono immagina l’incontro tra Bob e Iris; Ultraviolet (Light My Way) che ricorda il silenzio di casa Hewson (“C’è un silenzio che cala in una casa/dove nessuno riesce a dormire”); Lemon, ispirata da un filmino familiare che Bono vide all’epoca di Zooropa nel quale appariva Iris indossare un vestito giallo limone; Mofo — dove Bono canta “Madre/sono ancora tuo figlio?/Sai, ho aspettato tanto di sentirtelo dire/Madre, mi hai lasciato e hai fatto di me qualcuno” — cercando di riempire il ‘buco a forma di Dio’ che si è venuto a creare nel suo animo.

Dal 2000 al 2005 Bono non scrisse più canzoni con riferimenti alla madre poichè fu totalmente assorbito dalla malattia del padre. Bob era malato di cancro, una lunga agonia che lo portò alla morte il 21 Agosto 2001, stesso giorno dell’anniversario di matrimonio di Bono e Ali — si sposarono il 21 Agosto 1982 — e a pochissimi giorni dagli storici concerti allo Slane Castle. In seguito al decesso del padre Bono si sentì ancora una volta distrutto, non solo per il venir meno del suo unico genitore ancora in vita ma anche per tutte le risposte che Bob si portò via con la sua morte:

Bono: «[…] Mio padre quando era arrabbiato o stavamo litigando, mi diceva: ‘Ho promesso a tua madre sul letto di morte…’. Però non finiva mai la frase. Avrei preferito che alla fine sputasse fuori queste cose.
Assayas: «Ci sono domande che avresti voluto fargli e che sono rimaste senza risposta?»
Bono: «Si.»
Assayas: «Perché non gliele hai fatte?»
Bono: «Ci ho provato. Non ha voluto rispondere.»
Assayas: «Per esempio?»
Bono: «Avrei voluto sapere perché fosse fatto così […]»
Assayas: «Che cosa avresti voluto sapere del suo modo di essere?»
Bono: «Perché fosse così chiuso suppongo. E così privo di interesse, in un certo senso. Il consiglio che mi dava, senza esprimerlo, era: ‘Non sognare! Sognare significa rimanere delusi’. Ma sarebbe un peccato non sognare mai, no? E, ovviamente, la mia megalomania deve essere nata allora. Lui non si faceva mai grandi illusioni. A me interessa solo quello.»

Quando Bob Hewson morì Bono cercò ancora una volta si superare il dolore attraverso la band, sfogando la sua rabbia e la disperazione attraverso la sua unica via di fuga: le canzoni. Al funerale del padre cantò una prima bozza di Sometimes You Can’t Make It On You Own che successivamente venne inserita nell’album How To Dismantle An Atomic Bomb.

bobbyirisIris (Hold Me Close) arriva dunque dopo la morte di Bob e, credo non a caso, Bono decide finalmente di intitolare una canzone col nome di sua madre. Il carattere burbero del padre avrà sicuramente inciso, in passato, sulla scelta del figlio di scrivere una canzone esplicita sulla madre poiché, come detto, avrebbe rotto quel silenzio che Bob voleva mantenere sulla vicenda quasi per esorcizzare quella ferita sempre sanguinante. La scelta di dedicare una canzone alla madre, su un album che ripercorre l’adolescenza degli U2, è azzeccata: non solo perché è un avvenimento importante nella vita artistica della band ma soprattutto perché a scrivere è un uomo cinquantenne, che dopo aver girato il mondo, e aver accumulato esperienze di ogni genere, può finalmente trovare quelle parole che a 14 anni non riuscivano a prendere forma. “Musica, così posso esagerare il mio dolore, e dargli un nome” canta Bono in The Miracle (Of Joey Ramone).

Il brano inizia con un’atmosfera evocativa, fatta di voci in lontananza che s’intrecciano e ricorda moltissimo l’intro di Ultraviolet (Light My Way). Questa introduzione ci fa capire che siamo giunti a un punto cruciale dell’album. Qui non ci sono i Ramones, non ci sono onde che s’infrangono, non c’è la California tanto desiderata o il primo importante amore adolescenziale. Qui c’è Iris: l’amore e il tormento assoluto di Paul Hewson.

La band crea subito un ambiente carico di tensione: Edge mantiene alta la drammaticità scandendo il tempo con il suo tipico delay in stereofonia così da creare l’effetto “ping-pong”, Adam mantiene le note portanti con un basso corposo e Larry scandisce il ritmo battendo di cassa. Bono esordisce con un tono molto basso, quasi parlato. E’ solenne: sembra quasi freddo nel cantare quelle parole “La stella/che ci da la luce se ne è andata/però non è un illusione/ il dolore/nel mio cuore/è così tanto parte di chi sono” e qui è chiaro come Bono identifichi sua madre come una stella, la cui luce (ultravioletta?), ha smesso di illuminare i suoi cari. Il dolore che ne rimane, impresso nella memoria e nel cuore, non è però un’illusione poiché è talmente radicato ormai in Bono che è parte stesso del suo essere.

Il pre-ritornello si apre con una confessione di Bono: il cantante ammette che il ricordo della madre, o semplicemente la volontà di ricordarla, sia giunto dopo moltissimo tempo dalla sua morte effettiva “Qualcosa nei tuoi occhi/ci ha messo centinaia di anni per arrivare qui”. Bono quantizza il tempo passato in silenzio in “centinaia di anni”, un tempo lunghissimo, angosciante. Ma quel silenzio può essere finalmente abbattuto rievocando paura, solitudine e frustrazione.

Il ritornello è forse il momento più carico di pathos dell’intero album: la batteria si ferma creando uno stacco drammatico, riempito dalla chitarra di Edge che pennella una melodia sinuosa ed elegante; Bono mette da parte la rigidezza degli adulti, getta i suoi occhiali da sole da icona del rock e torna ad essere Paul, il ragazzino di 14 anni che chiede alla madre “Stringimi stretto, stringimi stretto e non lasciarmi andare/Stringimi stretto come fossi qualcuno che dovresti conoscere/Stringimi stretto l’oscurità ci ha appena permesso di vedere/chi siamo/Ho la tua vita dentro di me”. Qui non c’è un uomo miliardario di cinquant’anni con famiglia e figli. Qui siamo di fronte ad un semplice ragazzo che rivuole indietro sua madre, che vuole la sua protezione, che le chiede disperatamente di proteggerlo perché sa che lui le appartiene pur non ricordando quasi più il suo volto. Il modo in cui Bono chiama sua madre è eloquente ed è una scelta precisa; non urla il suo nome, sarebbe risultato fuori luogo, non lo canta nemmeno, si limita a sussurrarlo. Vuole che sia un dialogo tra lui e sua madre, nient’altro. Quel “Iris…” è un richiamo carico di una malinconia struggente, come se lui la volesse talmente vicino a sé da poterle parlare sottovoce in un abbraccio liberatorio dopo tanto tempo trascorso lontani.

La seconda strofa è una ripetizione della prima dal punto di vista musicale dove però Bono ammette come l’età adulta si sia portata via il ricordo di Iris “Dal momento in cui nasciamo, iniziamo a dimenticare/la vera ragione per cui siamo venuti” descrivendo come la morte della madre sia stata improvvisa e prematura “molto prima della notte, le stelle si spensero” e promettendo alla madre che “ci incontreremo ancora”.

Il bridge è un crescendo musicale dove Bono racconta come, attraverso le canzoni e il dolore, si era illuso che fosse stato lui a tener viva la figura della madre mentre, in realtà, è stata quest’ultima attraverso la sua morte a far diventare Bono l’uomo che è oggi “Mi hai preso per mano/pensavo di essere io a guidarti/ma sei stata tu che mi hai reso il tuo uomo”.

Si giunge quindi a un momento molto particolare. Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo presentato la nostra fidanzata a nostra madre. Bono però non ha potuto vivere questo momento speciale essendosi fidanzato con Ali dopo il tragico evento ha portato via Iris. Decide, quindi, di farlo proprio in questo brano criptando un po’ il messaggio con tali parole “Macchine/Sogno/Dove sei?” che apparentemente non hanno un collegamento logico. Basti però sapere che la parola ‘machine’ fa riferimento all’album dei Kraftwerk “The Man-Machine” che Bono regalò ad Ali in uno dei loro primi incontri. Bono è come se stesse raccontando a sua madre di questa ragazza, Ali, che lo fa sognare. Ma non avendolo potuto fare in passato, chiede alla madre “dove sei?” perché avrebbe voluto condividere con qualcuno questa gioia immensa che stava provando.
Inoltre immagina come sarebbe stata la vita se sua madre fosse ancora viva “Iris in piedi nella sala/lei mi dice che posso farcela” e ancora “Iris si sveglia ai miei incubi/non teme il mondo che non c’è” identificando in questi due versi i bisogni essenziali per un ragazzo di 14 anni: il bisogno di sentirsi appoggiato nei suoi sogni e il bisogno di sentirsi protetto dagli incubi, avere la consapevolezza che c’è qualcuno che vegli su di te in qualsiasi momento “Il tuo amore era una lampadina/Appesa sul mio letto” [Ultraviolet (Light my way) – 1991]

La parte finale della canzone è una redenzione di Bono dal senso di colpa che si è portato dietro per tutti questi anni “Iris gioca sulla spiaggia/lei seppellisce il ragazzo sotto la sabbia/Iris dice che sarò la sua morte/non sono stato io”. Il cantante ha finalmente capito che la morte della madre non è avvenuta per causa sua, colpa che, provocata anche dall’atmosfera di casa Hewson, ha sempre gravato sulla testa del piccolo Bono.

Iris (Hold Me Close), quindi,  è la traccia centrale di Songs of Innocence spaccando letteralmente l’album in due parti. Le sonorità, spiccatamente evocative, ne fanno un brano dai tratti quasi soavi e morbidi; all’interno però, riserva tutta la rabbia e la durezza di un ragazzo mai in pace con sé stesso e con il mondo. Chissà cosa ne avrebbe pensato il vecchio Bob. Una cosa però è certa: anche se Bob non ha mai voluto parlare con i suoi figli di Iris, quest’ultima era l’unica persona al mondo che riusciva a parlare davvero al suo cuore.

“Perché io ti voglio
Io davvero ti voglio
Voglio che torni domani
Io voglio che torni domani
Ritornerai domani?
Posso dormire stanotte?”
[Tomorrow]
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Bob e Iris in una caffetteria a Dublino.

“Iris (Stringimi Forte)”

“La stella,
che ci da luce
se ne è andata per un istante
però non è un’illusione
il dolore
nel mio cuore
è così tanto parte di chi sono
qualcosa nei tuoi occhi
ci ha messo centinaia d’anni per arrivare qui
qualcosa nei tuoi occhi
ci ha messo centinaia d’anni, centinaia d’anni

Stringimi stretto, stringimi stretto e non lasciarmi andare.
Stringimi stretto come fossi qualcuno che dovresti conoscere
Stringimi stretto l’oscurità ci ha appena permesso di vedere
chi siamo
Ho la tua vita dentro di me

Iris…Iris…

Dal momento in cui nasciamo, iniziamo a dimenticare
la vera ragione per cui siamo venuti
ma tu
sono sicuro che ti ho incontrata
molto prima della notte, le stelle si spensero
ci incontreremo ancora

Stringimi stretto, stringimi stretto e non lasciarmi andare.
Stringimi stretto come fossi qualcuno che dovresti conoscere
Stringimi stretto l’oscurità ci ha appena permesso di vedere
chi siamo
Ho la tua vita dentro di me

Iris…Iris…

Le stelle splendono ma lo sanno ?
L’universo è bellissimo ma freddo

Mi hai preso per mano
pensavo di essere io a guidarti
ma sei stata tu che mi hai reso il tuo uomo
macchine
sogno
dove sei
Iris in piedi nella sala
lei mi dice che posso farcela
Iris si sveglia ai miei incubi
non teme il mondo che non c’è

Iris gioca sulla spiaggia
lei seppellisce il ragazzo sotto la sabbia,
Iris dice che sarò la sua morte
non ero io

Iris…Iris…

Liberati, per essere te stessa se solo tu potessi vedere te stessa
Liberati, per essere te stessa se solo tu potessi vedere…”

Words By: Bono and The Edge
Music by: U2
Produced by: Paul Epworth and Ryan Tedder

Le citazioni ¹,² e ³ sono state prese dal libro “Bono on Bono”
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