“Dreamers live in Rome…”

Il mio viaggio verso The Joshua Tree è iniziato con un rito che si ripete ogni volta: togliere dall’iPod tutte le canzoni della band che terrà il concerto. Trovarsi di fronte a dei musicisti che esprimono la loro arte deve essere un connubio profondo, vissuto con la voglia di riascoltare i brani e riprovare la necessità di viverli senza la saturazione quotidiana dovuta agli mp3 in tasca. Non ho ascoltato gli U2 per circa un mese prima del concerto, e durante il lungo viaggio di ritorno — che da Roma mi ha riportato in Sicilia — ho avuto ben 10 ore per rielaborare l’incontro live con quell’album che mi fece conoscere la band a 14 anni.

Questa non è una vera e propria recensione del concerto, bensì un diario di viaggio. Appunti personali tracciati di getto su un taccuino interiore, posto vicino all’anima.

“A Sort of Homecoming”

Arrivare a Roma è stato come mettere piede dentro un luogo sacro: tutta la città era in fermento, nell’aria s’avvertiva un’aria d’eccitazione e ovunque volgevo lo sguardo potevo scorgere cartelli e manifesti pubblicitari del concerto; mi è sembrata una scena orwelliana dove questi U2 — chissà da dove e per quale motivo — sono sbarcati improvvisamente sulla Terra, e le autorità si son viste costrette a tappezzare tutta la città di manifesti al fine di informare la popolazione. In tutto questo c’era un fondo di verità felliniana quando si riusciva a scorgere degli anziani guardare con sospetto questi quattro irlandesi sulle gigantografie. Immaginavo con quali improbabili frasi in dialetto romano potessero descriverli.

Roma mi ha accolto nel suo grembo come altre 70.000 persone da tutta Italia, tutti pellegrini verso una meta comune, quella “sorta di ritorno a casa” che ci ha fatto incontrare o rincontrare dopo anni di viaggio all’interno delle nostre vite solitarie. Un richiamo gigantesco capace di smuovere persone di ogni età, spingendoli a riunirsi verso un luogo che possa farli tornare alle origini e che possa scatenare una tabula rasa emozionale per ricominciare a vivere. O vivere meglio in tempi cupi e difficili.

Bono — all’inizio di Where The Streets Have No Name — ha voluto sottolineare proprio la volontà di resistenza al nostro decennio di tensioni internazionali, «In questi momenti di paura conserviamo la pace, la fede e la compassione», sovrastato dalla gigantesca figura nera del Joshua Tree. Il ritorno nel deserto coincide con la consapevolezza di voler ripercorrere un cammino spirituale già battuto trent’anni fa, arricchendolo però di nuovi spunti su cui riflettere, nuove idee, nuove problemi sociali. Il tutto viene rielaborato al fine di affrontare le paure latenti che, nei trenta lunghi anni trascorsi, si sono amplificate sino a sfociare nell’isolazionismo mondiale e la perdita d’identità delle persone.

Il mondo però è cambiato. Non ci sono più gli attori che contribuirono alla nascita dell’album: non c’è più Reagan, la Thatcher o le guerre nell’America Centrale. Ad essi, però, si sono sostituiti altri attori ben più fumosi e pericolosi: la xenofobia, il razzismo, il nazionalismo, movimenti sociali sempre più diffusi che non hanno confini o identità precise, al contrario si muovono incontrastati da uno Stato ad un altro, da una mente ad un’altra passando di idea in idea finendo per contaminare le persone con l’ignoranza e il populismo dilagante.

Abbiamo bisogno di un rifugio, non di un nascondiglio. Un rifugio è un luogo dove prendersi una pausa per riflettere, un posto dove rielaborare le idee per prepararsi a tornare a combattere, un nascondiglio è il luogo della paura e della sottomissione. Il nostro rifugio lo abbiamo trovato all’ombra del Joshua Tree dove le uniche cose rimaste incontaminate sono i quattro pellegrini irlandesi, noi e l’albero, uniti in una riflessione collettiva contro la deriva sociale.

“Another Time, Another Place”

Aver visto il palco in anticipo rispetto al concerto non ha accudito il suo impatto visivo: trovarsi al suo cospetto è stata un’emozione incredibile grazie al suo schermo gigantesco — 61 metri di lunghezza per 14 d’altezza — che abbraccia tutti i fan a ridosso del palco. La sensazione è quella di essere catapultati dentro una dimensione parallela dove l’occhio non può fuggire dalle immagini proiettate: una “cura ludovica” che costringe lo spettatore a porsi in mezzo tra passato e presente in quel punto cruciale in cui le canzoni di The Joshua Tree si fondono in un intreccio indistinguibile con la società del XXI secolo. Il risultato è un tempo e uno spazio alterato, un mondo alternativo dove gli U2 sembrano aver pubblicato da pochissimo l’album del 1987 data la sua pesante attualità politica e la sua capacità profonda di descrivere i nostri tempi.

I video di Anton Corbijn hanno l’aspetto di documentari del reale indagando con occhio sociologico ciò che ci circonda: Streets, ad esempio, ci mostra una strada vuota in mezzo al deserto dove i migranti sono però costretti a camminare ai suoi margini, al di fuori della società occidentale che li rifiuta; Miss Sarajevo si sposta in Siria e il video alle spalle della band rievoca i servizi giornalistici di Bill Carter con l’intento di mostrare come nel 2017 — così come nel 1987 o nel 1993 — i sogni vengono ancora sedati da bombe e proiettili; Ultra Violet (Light My Way) diviene un inno femminista mostrando le moltissime donne che hanno saputo battersi con intelligenza per imporsi all’interno di una Storia prevalentemente maschile — bellissimo il gioco di parole tra HIStory e HERstory; One Tree Hill unisce la spiritualità maori a quella dei pellerossa americani, popolazioni entrambe sterminate dalla furia occidentale e vittime di persecuzioni terribili.

Corbijn costruisce così un continuum spazio/temporale riportando in vita il Joshua Tree, elevandolo nuovamente a simbolo ideologico nella nostra epoca vacillante. L’albero del deserto ritorna idealmente tra noi come un fantasma del passato, stagliandosi possente nella notte romana per far rivivere — non solo nel ricordo — i suoi valori e il suo significato.

“One”

Poco prima dell’inizio del concerto i tecnici, come consuetudine, sono saliti sul palco per sistemare gli ultimi dettagli. Ho osservato attentamente tutte le operazioni e sono rimasto molto sorpreso da due cose: i movimenti certosini nella preparazione dei settaggi e l’affetto del pubblico verso Dallas Schoo, Stuart Morgan e Sam O’Sallivan rispettivamente tecnici di The Edge, Adam Clayton e Larry Mullen Jr.

I tre “eterni secondi” venivano osannati come rockstar dai fan in prima fila che li chiamavano a gran voce per scambiare una stretta di mano o vedersi regalare un plettro. Non credo esista altra band al mondo dove la crew sia così rispettata e affettuosamente apprezzata. I tecnici erano visivamente compiaciuti dalla vicinanza del pubblico lasciandosi andare in simpatici siparietti di esaltazione: Schoo, ad esempio, resosi conto dell’ovazione, ha alzato le braccia al cielo come per accogliere l’enorme boato del pubblico al suo ingresso sul palco.

Bono, poco prima di One Tree Hill, ha usato il concetto di famiglia per descrivere questo legame speciale tra gli U2 e la loro crew: «Voi capite la parola “famiglia”. Dovete sapere che gli U2 sono una famiglia. La crew degli U2 è una famiglia. […] Nei nostri cuori, la prossima canzone, vuole riportare indietro un membro della famiglia che abbiamo perso, un bellissimo ragazzo maori, Greg Carroll, morto in un incidente motociclistico. Lavorò con noi. Era della famiglia. Molti di voi hanno una storia simile di una vita strappata da voi troppo presto. Niente è mai identico».

La band ha ancora a cuore un ragazzo che moltissimi anni fa, nel biennio 1984-1985, fece parte della loro crew — nello specifico era l’addetto personale di Bono durante i concerti — e che come detto morì improvvisamente giovanissimo. L’umanità degli U2 mi ha sempre colpito: hanno un legame profondo con le persone che lavorano attorno ad essi ponendoli su un piano identico al loro. Greg Carroll morì nel 1986, sono passati 31 anni, tanti, eppure ancora oggi il suo nome è ricordato in giro per il mondo dentro stadi gremiti da 70.000 persone. Il suo nome è inciso sulla copertina di The Joshua Tree, sull’album più importante, come se la band avesse voluto ricambiare la sua dedizione donandogli l’immortalità.

La performance di One Tree Hill a Roma è stata qualcosa di estremamente commovente con un finale carico di pathos: sul finire del brano i fan davanti a me incitavano Bono a cantare il verso “Rainin’ in your heart” spesso evitato dal cantante irlandese; quest’ultimo, a sorpresa, ha accolto la sfida e si è lasciato andare in un canto rabbioso e catartico trascinando il brano verso l’alto, innalzandolo verso vette da anni mai più raggiunte. Ciò che ha inondato me e tutti quelli delle prime file è stata una forza mistica, una spiritualità inarrestabile amplificata dalla visione di Bono che si dimenava per donarsi completamente al pubblico, agitando il microfono su quel “Rainin’…” dal sapore funereo ma, allo stesso tempo, maestoso.

“With or Without You”

La serata di Roma ha avuto molti ospiti speciali portati sul palco attraverso le parole e le canzoni. Bono ha introdotto così Bad, «Grazie mille per averci fatto tornare qui. Grazie per averci permesso di tornare nelle vostre vite. Come molti, siamo giunti a Roma come pellegrini. Ho visitato la tomba di Keats nel Cimitero Inglese. Keats, il grande poeta, era un mio eroe. Lui è un mio eroe: “Beauty is truth, truth is beauty. Ye know on earth, and all ye need to know”. Quindi scusatemi, cantiamo per i nostri eroi, come Keats. E la nostra preghiera, la nostra preghiera, stanotte, è che questa sia la più bella e grandiosa notte di sempre. La più bella notte di sempre. A volte tratteniamo, a volte lasciamo andare. Preghiamo, lasciamo andare. Preghiamo, tratteniamo, lasciamo andare».

Bad è stata innalzata ad un requiem poetico dove ad essere celebrati son stati i “dead poets”, come Keats, come Luciano Pavarotti e David Bowie. Ancora una volta gli U2 affondano le loro radici nella poesia, nella letteratura e nella musica unendo le loro composizioni agli “eroi” che li hanno cresciuti. Ascoltare Bono — un uomo di quasi sessant’anni che ha avuto tutto nella vita — elogiare Keats definendolo un suo eroe, mi ha permesso di capire ancor di più come siano importanti i riferimenti che decidi di seguire durante l’esistenza poiché finiranno per segnarti nel profondo, e plasmarti sino a diventare ciò che sei.

Gli eroi degli U2 son stati celebrati durante tutta la loro carriera, da Bob Dylan a Patti Smith, da John Lennon ai The Clash, da Luciano Pavarotti a Johnny Cash passando poi per gli infiniti letterati: Charles Bukowski, William Golding, William S. Burroughs, Rainer Maria Rilke, Paul Celan, Delmore Schwartz, James Joyce, Clive Staples Lewis, Salman Rushdie, Oscar Wilde, Raymond Carver, Norman Mailer, Brendan Kennelly, William Blake, William Butler Yeats e moltissimi altri. E si potrebbero anche citare gli artisti visivi come Wim Wenders, Keith Haring, Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Jenny Holzer, David Wojnarowicz e così via.

Eroi che hanno influenzato e plasmato la musica degli U2 verso un concetto ben preciso, portando i loro brani in una direzione a volte inaspettata. Molte canzoni che oggi sono diventate inni del rock non esisterebbero senza i grandi artisti e poeti del passato. Bono & Co. ne sono consapevoli. Ecco perché questo bisogno viscerale di portarli ai loro show come spettatori invisibili ma ben presenti; l’altra notte, a Roma, l’ospite di riguardo è stato David Bowie che per tutta la serata ha fatto sentire la sua vicinanza attraverso i numerosi snippet di Bono.

Possiamo essere eroi, anche solo per un giorno…“, ma in questo periodo di paura abbiamo bisogno anche di eroi che, purtroppo, non ci sono più. Ecco quindi l’importanza di celebrarli per non dimenticare la bellezza della loro arte e fonderla a quella nuova. Perché, come scrisse proprio Keats, “La verità è bellezza, e la bellezza è verità”.

Valori temuti di questi tempi.

“Get On Your Boots”

Il trittico centrale ribattezzato affettuosamente dai fan “della morte” — ossia quello che vede le performance consecutive delle hit più commerciali Beautiful Day/Elevation/Vertigo — dal vivo ha avuto un effetto benefico: si vive come il momento della leggerezza, un’oasi di tranquillità dove scatenarsi liberamente senza il “peso” di tematiche impegnative. Durante il concerto la tripletta funziona ma deve essere vissuta dall’interno poiché da ascoltatori esterni sembra essere gettata nella mischia al fine di gonfiare la setlist di hit facili.

Beautiful Day — con il suo restyling elettronico — funziona alla grande, donando al brano un look futurista che accompagna l’ascoltatore dal 1987 al 2017; durante il brano Bono ha omaggiato Zucchero e Pavarotti con lo snippet di Miserere.

Elevation è tematicamente forzata, ma musicalmente si rivela essere una bomba di energia capace di far esplodere lo stadio con le sue sonorità aggressive e la spensieratezza del momento — complice anche il simpatico siparietto di Larry Mullen Jr.

Vertigo — in quanto a energia sprigionata — non è da meno e grazie, soprattutto, alla sua alta diffusione tra i più giovani è la canzone che riesce meglio a far saltare tutto lo stadio. Inutile sottolineare che queste tre canzoni rappresentino degli importanti traguardi per la band dal 2000 in poi e che, in un concerto degli U2, devono esserci. Il problema, però, è un altro, e trascende dai brani in sé.

“Deep In The Heart”

Il problema è sostanzialmente uno: l’attesa spasmodica delle canzoni precedentemente citate a discapito di altre. Da In God’s Country sino a Mothers Of The Disappeared moltissimi spettatori erano inermi. Appena hanno udito Elevation o Vertigo si sono risvegliati dal torpore. La motivazione potrebbe essere “non tutti sono fan sfegatati“, questo è verissimo, ma è anche vero che spesso ci si limita dal conoscere per pigrizia o per scelta personale; in uno spettacolo come quello di Roma — incentrato per 3/4 sull’album The Joshua Tree — è inammissibile che la gente conosca meno di metà album rendendosi partecipi, in sostanza, ai soli singoli estratti.

La volontà mancante è quella di andare al cuore della questione, del capire perché a distanza di trent’anni si è voluto riportare quest’album in tour. E, mi dispiace dirlo, ma se ci limitiamo a Where The Streets Have No Name, I Still Haven’t Found What I’m Looking For e With or Without You si perde tutta l’essenza del messaggio.

Spanish Eyes

La donna ha un ruolo molto importante all’interno dello show: si passa dalla carica erotica di Trip Through Your Wires, alla violazione dei loro giovani sogni in Miss Sarajevo e, infine, alla battaglia per i loro diritti in Ultra Violet (Light My Way). In quest’ultima il percorso intrapreso parte nuovamente da lontano abbracciando donne di un secolo fa — come Marie Curie — riuscendo ad affiancarle alle donne coraggiose dei nostri giorni, unendole tutte in un’ideale fronte comune contro il maschilismo sfrontato dei nostri giorni — chiaro riferimento alle recenti dichiarazioni di Trump. Le donne mostrate sul maxischermo vengono dai settori più disparati: dalla letteratura alla medicina, dalla musica alla scienza passando anche dalla politica, dimostrando come esse siano riuscite a far valere le loro idee con successo.

Bono dedica la canzone a tutte le grandi donne vicine alla band, «Vogliamo dedicare la prossima canzone alle grandi donne con cui viviamo: Ali, Ann, Morleigh e Mariana. Per le nostre madri e le nostre figlie. Alle donne della crew degli U2 che lavorano con noi ogni giorno», e in generale la dedica a tutte le donne che hanno saputo svincolarsi dal mero giudizio sessista, che «sono state in piedi o sedute per i loro diritti. Che insistono, resistono e persistono». Sullo schermo la parola HIStory viene tramutata in HERstory venendo catapultati dentro un album fotografico fatto di donne straordinarie, giudicate solo per la loro grandezza storica — tra queste le “nostre” Maria Gaetana Agnesi, Rita Levi Montalcini ed Emma Bonino.

La via ci viene illuminata da menti geniali spesso vittime di soprusi e discriminazioni in quanto donne; in sostanza, usando un’immagine u2ica, si vuole svincolarle dall’immagine di “spanish eyes” esseri affascinanti ed ammalianti per uso e “consumo” dell’universo maschile. L’impatto visivo è potente e il connubio tra il testo della canzone, e le foto su schermo, acquisisce un significato a tratti commovente quando ci si rende conto che la band vuole elevare queste personalità a fari guida attraverso la notte. Non credo sia un caso che la scenografia si limiti ai loro volti, credo voglia mostrare semplicemente ciò che esse sono o siano state: donne straordinarie, appunto, ed è questa l’unica cosa che conta. Null’altro.

La performance rimane in bilico tra la celebrazione universale e quella personale/familiare allorquando Bono si inginocchia davanti al pubblico e canta i versi, “Io ricordo/Quando riuscivamo a dormire sui sassi/Ora giaciamo insieme/In sussurri e gemiti/Quando ero tutto incasinato/E sentivo l’opera nella mia testa/Il tuo amore era una lampadina/Appesa sul mio letto”; un momento molto sentito dal cantante perché tra quelle donne potrebbe benissimo esserci Iris Rankin, la madre di Bono: donna protestante, forte, determinata e decisa a sposare un uomo cattolico per vivere il suo diritto d’amare nell’Irlanda divisa dai credi religiosi.

In fondo Paul Hewson sa bene di essere figlio di una donna che ha insistito, resistito e persistito nella sua decisione.

“In God’s Country”

Il concerto di Roma ha lasciato in ognuno di noi una traccia indelebile, un tassello di idealismo rock che trascende dalla retorica fine a se stessa. L’uscita dallo stadio è stato come uscire da una chiesa, all’improvviso ti rendi conto di quanto la realtà sia caotica e imperfetta rispetto all’arte a cui hai assistito poco prima. Mi ha assalito una frustrazione assai fastidiosa al pensiero che tutte queste idee, partorite nell’arco di due ore di show, debbano essere vincolate e racchiuse in uno stadio o in un palazzetto; c’è gente che crede ancora fortemente che la musica debba essere circoscritta in luoghi precisi e che l’arte, in generale, debba esistere all’interno di scatole di cemento, confinati e chiusi lontani dalla realtà quotidiana. Non c’è niente di più sbagliato secondo me. Se vogliamo sforzarci di migliorare le cose — senza illuderci nell’utopia di un cambiamento globale immediato — bisogna portare l’arte fuori da spazi delimitati. Ecco perché io penso che gli U2 siano una delle poche band che mantengono una coerenza tra ciò che sostengono sul palco e ciò che attuano nella vita di tutti i giorni. Quando Bono parla di San Salvador in Bullet The Blue Sky sa benissimo di cosa sta cantando perché è stato lì e ha vissuto sulla sua pelle la guerra; quando parla delle donne georgiane o siriane sa di parla perché è andato da loro nei campi profughi; quando gli U2 cantano del dramma del fanatismo religioso in Exit sanno di cosa parlano perché sono cresciuti nella paura del terrorismo a matrice cattolica/protestante in Irlanda.

Non possiamo permetterci che l’arte rimanga racchiusa in un contenitore di divertimento, dobbiamo costruire un’identità culturale capace di abbattere il “sentito dire”, l’ignoranza e il menefreghismo. La realtà deve essere contaminata dall’arte e viceversa, come è sempre avvenuto sin dall’antichità. La notte romana ha portato Keats sul palco, ciò dimostra che la cultura non ha confini stabiliti, e non deve averne. Gli spettatori di Roma sono stati gli ultimi sognatori di un movimento culturale che man mano sta perdendo forza e seguaci. Il messaggio che ho sentito recapitarmi dagli U2 pellegrini — che dal 1987 sono giunti sino a noi — è che non è vero che i “sognatori muoiono per vedere cosa c’è dall’altra parte” ma che essi vivono per vedere cosa cela la vita dall’altra parte.

I sognatori vivono ancora. E ce l’hanno dimostrato.

Foto di testata:
Il Joshua Tree a Roma [15 luglio 2017]
Photo By: ©Remy
VIA: U2start.com
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2 pensieri riguardo ““Dreamers live in Rome…”

    1. Grazie Marco, è stato più di un concerto. Mi torna sempre in mente il commento di un ragazzo — che vidi su un documentario dello ZooTv — che uscendo dal palazzetto di Assago disse ai giornalisti: “Questa è cultura”. Ed è così.

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